PARCHI A TEMA


Durante uno scambio di idee su X con il mio amico interista [nessuno è perfetto, ndr], è emerso il tema degli spazi pubblici degradati e del loro recupero da parte della società civile — civile nel senso più autentico e civico del termine.

L'idea proposta dall'interista era tanto "semplice" quanto rivoluzionaria: organizzare delle passeggiate sociali, durante le quali la cittadinanza potesse riappropriarsi degli spazi pubblici. Una sorta di cura antibiotica contro i batteri del degrado.

Dopo un iniziale entusiasmo, però — vuoi per la mia componente un po’ erista (inutile dirlo, quando si tratta di mia moglie ha sempre ragione lei) — ho cominciato a rifletterci sopra, e qualcosa ha iniziato a sembrarmi... cacofonico. 

La questione degli spazi pubblici nelle nostre città non è mai neutra. Ogni volta che si parla di “restituire” un parco, una piazza o un quartiere alla cittadinanza, si attiva un meccanismo retorico che presuppone un’appropriazione indebita, un’usurpazione da parte di soggetti considerati estranei o non legittimati. Ma chi decide cosa sia “appropriato” in uno spazio che, per definizione, dovrebbe appartenere a tutti? E soprattutto, chi detiene il potere di stabilire queste regole di legittimità?

Le cosiddette “passeggiate sociali” – immaginate con intenzioni positive – rischiano di diventare performance rassicuranti per una parte ben precisa della cittadinanza: quella più organizzata, istruita, culturalmente omogenea e in grado di influenzare il dibattito pubblico, insomma la cittadinanza attiva. È questa fascia sociale che finisce per imporre una propria idea di decoro e sicurezza, escludendo sistematicamente altre forme di presenza e socialità. Parliamo dei senza dimora che usano le panchine come rifugi, dei giovani che si aggregano in gruppo, dei migranti che si ritrovano per parlare la propria lingua e stare fra connazionali, degli anziani soli, dei venditori ambulanti e petulanti, di chi non risponde ai codici estetici o comportamentali dominanti – le minoranze “vannacciane”, per usare una provocazione.

È doveroso però distinguere in modo netto: atti criminali come lo spaccio, la violenza o qualsiasi forma di illegalità che minacci la sicurezza collettiva non possono essere giustificati in nome del disagio sociale. L’insicurezza reale non è una fantasia borghese, e la protezione dei cittadini – tutti – è una responsabilità dello Stato e delle sue istituzioni e non da più o meno improvvisate "ronde di cittadini". Ma proprio perché la sicurezza è un bene democratico, non può essere perseguita unicamente attraverso il controllo poliziesco. La sicurezza vera nasce quando gli spazi pubblici tornano a essere vissuti da comunità plurali, non quando sono semplicemente sorvegliati da occhi esterni.

Il rischio, altrimenti, è quello di costruire città solo formalmente pubbliche, ma di fatto riservate a chi si adegua a un certo modello di comportamento. Piazze e parchi si trasformano così in salotti borghesi all’aperto, dove la presenza dei “diversi” – immigrati, poveri, giovani delle periferie, persone con disagio psichico, rom, artisti di strada – viene letta come anomalia da correggere, piuttosto che come parte legittima della vita urbana. Le politiche urbane contemporanee spesso scambiano la sicurezza per omologazione, e nel farlo producono spazi pubblici apparentemente aperti ma sostanzialmente selettivi.

Il linguaggio stesso della “restituzione” è rivelatore: sottintende che esista un proprietario legittimo originario – la “cittadinanza” – che però, nella pratica, coincide con chi possiede capitale culturale e capacità di mobilitazione. Sono questi gruppi sociali a tradurre le proprie preferenze in parole d’ordine universalizzanti come “decoro” o “vivibilità”. In questo paradosso, l’intervento pubblico rischia di diventare uno strumento di esclusione travestito da inclusione. Le passeggiate sociali diventano allora riti simbolici, rassicuranti per chi già si sente a casa in quei luoghi, ma incapaci di affrontare le vere tensioni che attraversano lo spazio urbano.

Spesso assistiamo a una confusione pericolosa tra ordine pubblico e conformità sociale, il cui lessico diventa strumento politico. Dormire su una panchina diventa “degrado urbano”, stare in gruppo è “assembramento sospetto” - se poi sono stranieri allora sono sicuramente "maranza" - , parlare in una lingua straniera è “disturbo della quiete”, chiedere uno spiccio è “vagabondaggio” o "per acquistare droga" [a secondo di chi lo chiede]. Questa deriva produce una standardizzazione dell’uso dello spazio, escludendo chi non ha alternative, chi non può accedere agli spazi privati del consumo - anche del solo consumo del tempo libero -, chi non rientra nel prototipo dell’utente ideale di una città “riqualificata”.

L’approccio securitario, oltre a essere costoso e spesso inefficace, cronicizza le fratture sociali invece di affrontarle. Quando le forze dell’ordine diventano l’unico strumento di mediazione tra gruppi diversi, lo spazio pubblico perde la sua funzione originaria: quella di luogo d’incontro, confronto e negoziazione tra differenze.

La vera sfida, allora, è ripensare gli spazi pubblici come luoghi di mediazione attiva. Non si tratta di eliminare il conflitto sociale, ma di governarlo con strumenti inclusivi: progettazione partecipata, animazione territoriale, forme nuove di democrazia urbana che vadano oltre i canali istituzionali classici. Piazze, parchi, strade devono essere immaginati come ecosistemi complessi, capaci di ospitare usi e significati diversi. Per molti – senza dimora, migranti, anziani con pensioni minime, giovani disoccupati, persone fragili – lo spazio pubblico è l’unico luogo accessibile di socialità, l’unico spazio di esistenza. Non è un “passaggio”, è una casa temporanea.

L’architettura urbana gioca un ruolo cruciale: spazi troppo controllati scoraggiano l’uso spontaneo; spazi indifferenziati generano conflitti. Servono “zone di sovrapposizione”, luoghi dove gruppi differenti possano coesistere senza doversi omologare. Anche la dimensione temporale è fondamentale: i ritmi della città cambiano tra giorno e notte, feriali e festivi, stagioni e climi. Una gestione intelligente degli spazi pubblici deve saper valorizzare questa molteplicità, non appiattirla.

Infine, ogni riflessione deve fare i conti con la domanda di sicurezza che arriva da fasce significative della popolazione. Non va ignorata, ma affrontata con soluzioni che rafforzino i legami sociali, non che costruiscano barriere. La vera sicurezza nasce dall’inclusione, non dall’esclusione. Una città viva è una città dove la legalità convive con la pluralità, dove le regole si coniugano con il rispetto delle persone – tutte, non solo le più visibili o più rappresentate.

In definitiva, la gestione degli spazi pubblici è un banco di prova per la qualità della nostra democrazia. Una democrazia matura non si misura [solo] dalla pulizia delle piazze, ma dalla capacità di accogliere le differenze. Significa creare luoghi dove anche chi non ha voce, chi non sa organizzarsi in comitati o parlare il linguaggio della partecipazione istituzionale, possa comunque trovare spazio e riconoscimento. Solo così potremo dire di vivere in città davvero pubbliche, realmente aperte, concretamente inclusive – città per tutti, non solo per chi se le può permettere.

Commenti

Post popolari in questo blog

IL SONDAGGIONE: IO VOTO VANNACCI PERCHÈ...

È TUTTO FRUTTO DELLA FANTASIA?

DIALOGO VS MONOLOGO