ALTA TENSIONE
Assistiamo a un ennesimo capitolo dello spettacolo della forza statale, dove 50.000 volt vengono presentati come uno strumento di pacificazione digitale, quasi che la morte possa essere sterilizzata da un microchip. Il Taser, questo prodigio tecnologico che promette una violenza più gentile, è diventato il nuovo feticcio della sicurezza pubblica. Sostituisce la crudezza del manganello con una scarica "a bassa letalità", una definizione così igienizzata da apparire quasi etica. È la stessa narrativa che ci ha dato le "guerre chirurgiche" e le "bombe intelligenti", dove la tecnologia non risolve il dilemma morale, ma lo camuffa.
Mentre ci viene narrato che il Taser è la soluzione, gli studi indicano che le persone con patologie cardiache, sotto l'effetto di sostanze o in stato di agitazione psichica—profilo che coincide con quello di chi più spesso entra in contatto con le forze dell'ordine—rischiano conseguenze letali. Eppure, casi come quelli di Gianpaolo Demartis ed Elton Bani vengono bollati come "eccezioni", un'affermazione facilitata dalla grave carenza di dati ufficiali e sistematici in Italia. Negli Stati Uniti, al contrario, le statistiche sono inequivocabili: centinaia di decessi, che si concentrano in modo sproporzionato tra tossicodipendenti, immigrati e persone con disturbi mentali—in sintesi, tra quelle vite considerate sacrificabili che non producono clamore.
Il dibattito dovrebbe vertere su una rigorosa valutazione comparativa, per stabilire se il Taser rappresenti veramente un male minore rispetto a pistole e manganelli. Invece, il discorso pubblico si accontenta di slogan riduttivi, dipingendo lo strumento come un demone o un salvatore. Questa falsa dicotomia elude convenientemente il lavoro più complesso dell'analisi seria e sfumata. La questione, tuttavia, non è tecnica ma eminentemente politica: un'arma non è mai neutra. È uno strumento che modella i comportamenti e i rapporti di forza. Definirla "a bassa letalità" è di per sé un atto di potere—assolve l'operatore dalla responsabilità e abbassa la soglia della violenza accettabile. Il linguaggio non descrive semplicemente la realtà; la costruisce. Dichiarare qualcosa "non letale" ne altera l'impiego.
Così, dietro la retorica della modernità, si cela un'operazione insidiosa: la normalizzazione e routinizzazione della violenza. Laddove la brutalità di una manganellata suscitava scandalo, ora abbiamo un gadget tecnologico che promette di non fare male. È un trucco semantico, un modo per oscurare il problema. In Italia, i protocolli sono carenti; le scariche multiple diventano prassi, la formazione è minima, e regna un silenzio assordante sulle controindicazioni mediche e sulle tecniche di de-escalation. La scorciatoia preferita è acquistare un grilletto piuttosto che investire in competenze umane complesse. Gestire una persona in crisi richiede tempo, pazienza e una formazione approfondita. Il Taser è rapido, pulito e ingannevolmente perfetto.
Ogni morte che segue viene archiviata come "caso isolato", al pari dei migranti che affondano in mare o dei lavoratori che muoiono sul lavoro—non è mai un fallimento sistemico, sempre un'anomalia tragica. Questo ciclo impedisce di apprendere e migliorare. Ci raccontiamo di vivere in una democrazia mentre accettiamo che la violenza sia un linguaggio legittimo dello Stato, purché abbia un'etichetta rassicurante. La morte di un emarginato diventa un "effetto collaterale", il prezzo da pagare per l'ordine.
La tragedia vera è un fallimento collettivo dell'immaginazione: abbiamo smesso di credere nelle alternative. Abbiamo abbandonato il progetto di gestire il conflitto sociale senza violenza, di garantire la sicurezza senza sacrificare vite, di utilizzare strumenti di mediazione. Questa resa ci ha condotti a una democrazia impoverita, in cui il confine tra protezione e repressione è sempre più labile.
Alternative esistono: formazione psicologica, protocolli rigidi, responsabilizzazione, mediazione sociale e approcci di salute pubblica. Hanno costi più elevati, richiedono tempo e sono notoriamente difficili da vendere in campagna elettorale. Il Taser, al contrario, è perfetto: compatto, luccicante e apparentemente innocuo. Ma è un simbolo politico, non un oggetto neutro. Rappresenta la scelta dello Stato di affrontare la fragilità sociale: con una scarica elettrica. Dietro la sua presunta neutralità si cela una visione che distingue tra chi è degno di vivere e chi può essere sacrificato.
Il primo passo consisterebbe nel riconoscerne onestamente la capacità di uccidere, implementare regolamentazioni stringenti, investire massicciamente nella formazione e ricercare alternative genuine. Ma farlo richiederebbe il coraggio di mettere in discussione il dogma dominante: che la gestione della paura sia più preziosa della protezione della vita. E quel coraggio, al momento, sembra esaurito.
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