I PAGLIACCI
C'è qualcosa di poeticamente grottesco nel vedere il Leoncavallo sgomberato con la delicatezza di una ruspa in un negozio di porcellane mentre a Roma Casapound continua a occupare tranquillamente i suoi palazzi da vent'anni, come se fosse una questione di diritto divino o di antica nobiltà fascista. Ma d'altronde questo è il paese della giustizia a geometria variabile, dove la legalità si applica a fisarmonica e dove il pericolo pubblico viene misurato con metri diversi a seconda del colore politico di chi lo rappresenta. Evidentemente quattro ragazzi che suonano chitarre scassate e distribuiscono pasti gratuiti costituiscono una minaccia alla sicurezza nazionale molto più grave di chi fa saluti romani e propaganda nostalgica per il ventennio. Il ministro dell'Interno ha più paura di una cucina popolare che di una sede neofascista, il che la dice lunga sulle priorità di questo governo e sulla sua concezione di ordine pubblico. Perché si sa, i veri sovversivi non sono quelli che predicano l'odio razziale o che innalzano croci celtiche, ma quelli che osano immaginare un modello di vita alternativo al consumismo sfrenato e alla competizione selvaggia. Il Leoncavallo fa paura perché dimostra che si può vivere diversamente, che la cultura non deve necessariamente essere una merce, che la solidarietà può essere qualcosa di più di una parola vuota pronunciata nei talk show televisivi. E questo, in un sistema economico che ha bisogno di individui atomizzati e consumatori compulsivi, è decisamente più pericoloso di qualche nostalgico del fascio littorio che sogna i treni in orario. La vera ironia è che lo sgombero è avvenuto senza nemmeno avvertire il Comune di Milano, come se l'autonomia locale fosse un fastidioso dettaglio burocratico di cui liberarsi alla prima occasione. Il governo centrale ha agito come un colonizzatore in terra straniera, imponendo le sue decisioni dall'alto senza degnarsi di consultare chi amministra il territorio. Ma questo è perfettamente coerente con la mentalità autoritaria di chi preferisce comandare piuttosto che dialogare, di chi vede nella partecipazione democratica un ostacolo alla propria volontà di potenza. Milano è stata trattata come una provincia dell'impero, buona solo per eseguire ordini già decisi altrove. Mentre tutto questo accadeva, Casapound continuava imperturbabile la sua esistenza romana, protetta da quella strana immunità che sembra avvolgere chiunque si presenti come custode dei valori tradizionali e dell'ordine costituito. Non importa che quei valori siano spesso indistinguibili dall'apologia del fascismo, non importa che quell'ordine sia quello che ha portato il paese alla guerra civile e alla catastrofe. L'importante è che non mettano in discussione i meccanismi fondamentali del sistema economico, che non propongano alternative concrete al modello di sviluppo dominante. Un fascista che occupa un palazzo per diffondere propaganda nostalgica è tutto sommato inoffensivo, perché il suo sogno di grandezza imperiale non intacca i profitti di nessuno e anzi può essere strumentalizzato per spaventare gli elettori moderati. Ma un centro sociale che propone economia solidale, cultura gratuita e autogestione è un virus da estirpare immediatamente, perché potrebbe contagiare altri e mettere in discussione le fondamenta stesse della società dello sfruttamento. La legalità diventa così uno strumento selettivo, una clava da usare contro chi disturba troppo e da riporre nel cassetto quando si tratta di chi disturba nel modo giusto. È la stessa logica che permette alle multinazionali di evadere miliardi di tasse mentre si perseguita il commerciante che non ha lo scontrino, che consente alle banche di speculare impunemente mentre si criminalizza chi occupa una casa sfitto. La legge è uguale per tutti, dicono, ma alcuni sono più uguali degli altri, come insegnava Orwell. E così assistiamo a questo spettacolo tragicomico in cui chi predica l'uguaglianza viene trattato da criminale e chi pratica la discriminazione viene coccolato come un bambino capriccioso. Il Leoncavallo rappresentava tutto ciò che questo sistema non può tollerare: la dimostrazione vivente che esistono alternative, che la cultura può essere libera, che la solidarietà può essere concreta, che l'autogestione può funzionare. Per questo doveva essere distrutto, non tanto per questioni di legalità quanto per questioni di sopravvivenza ideologica del sistema dominante. Casapound invece può continuare a esistere perché è funzionale al gioco, perché serve a mantenere viva la tensione, a giustificare le misure repressive, a spaventare chi potrebbe essere tentato di votare a sinistra. È il cattivo perfetto per una democrazia che ha bisogno di nemici interni per giustificare la propria deriva autoritaria. Ma la vera beffa è che chi ha ordinato lo sgombero probabilmente non si rende nemmeno conto dell'ironia della situazione: distruggere un luogo che porta il nome del compositore de "I Pagliacci" mentre si comporta esattamente come i pagliacci di quella tragica farsa. La realtà supera sempre la finzione, e in questo caso la supera con una cattiveria e una stupidità che nemmeno Leoncavallo avrebbe osato immaginare nei suoi incubi più neri.
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