UOMO VS LIBRO
Se ci pensi, l’idea che un Dio unico possa avere diversi modi di farsi conoscere è un po’ come quando tua nonna ti manda un messaggio vocale, tua zia ti scrive su WhatsApp e tuo cugino ti fa una videochiamata: il mittente è sempre lo stesso clan familiare, ma le modalità sono… creative. Nel cristianesimo il colpo di scena è che Dio decide di entrare nella storia in carne e ossa – Gesù – e comincia a parlare con la gente in modo diretto, quasi da talk show itinerante, con momenti di botta e risposta che neanche a Porta a Porta. Quando dice “vi fu detto, ma io vi dico” non è solo un cambio di regolamento, è proprio un aggiornamento software della parola divina, che si adatta alle esigenze dell’umanità senza perdere la versione originale. Certo, poi c’è anche chi, nel cristianesimo, prende tutto alla lettera e si comporta come se il Vangelo fosse un contratto a clausole non negoziabili: in pratica, “modalità libro” pure loro, con tanto di sottolineature e post-it per ricordarsi i versetti preferiti. Ma va detto che, per la cultura occidentale, l’aver avuto la Divinità fattasi Uomo è stato un vantaggio mica da poco: una cosa è discutere con un uomo, ancorché Divinità, un’altra è discutere con un Libro. Con un uomo puoi insistere, fare domande, tentare di smuoverlo, e questo ha permesso alla cristianità di “inventarsi” scorciatoie creative per la Salvezza: dalla confessione lampo prima di morire alle indulgenze vendute a pacchetti, dalle speculazioni filosofiche più eretiche alle dotte dispute scolastiche, fino all’infallibilità del Papa e ai dogmi calati dall’alto con tanto di sigillo ufficiale. L’Islam, invece, sceglie un approccio più da “manuale di istruzioni definitivo”: il Corano è la parola eterna di Allah, non un testo ispirato qualunque, ma il file originale, senza correzioni, immutabile – anche se poi le scuole giuridiche e i tafsir dimostrano che, spoiler, anche il manuale perfetto bisogna pur sempre interpretarlo. Qui sta il contrasto affascinante: parola che si fa carne contro parola che si fa libro. Nel primo caso, Dio entra nella storia e si mette a chiacchierare con chiunque, dalla donna cananea al centurione romano, passando per farisei, samaritani ed emarginati vari, mostrando che la verità si trova anche in chi viene da mondi lontani; nel secondo, Dio resta nella sua trascendenza assoluta, ma ti consegna un testo che racchiude tutto ciò che c’è da sapere – il problema è che capirlo non è mai così semplice come sembra. Alla fine, la vera sfida non è fare una gara per vedere chi ha il metodo migliore, ma capire che entrambe le modalità dicono la stessa cosa: il divino ha una certa urgenza di parlare con l’umano, e non si fa troppi problemi a usare canali diversi. Quindi, più che scegliere se preferiamo la “chiamata diretta” di Gesù o il “messaggio vocale eterno” del Corano, forse dovremmo imparare a rispondere in ogni caso, perché alla fine l’importante non è da dove arriva la chiamata, ma che siamo pronti a riconoscerla e magari… rispondere senza far squillare troppo a lungo.
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