AUTOGOL
Guardate quella flottiglia. Guardate quelle barche che solcano il Mediterraneo come cicatrici d'acqua, cariche di medicine, di coperte, di quel poco che può tenere in vita chi non ha più niente. La Sumud. In arabo vuol dire "fermezza", "resistenza". E resistenza è, cazzo, resistenza pura, quella che ti entra nelle ossa quando vedi uomini e donne che sfidano le correnti, i blocchi navali, le minacce, le mitraglie puntate. Queste barche sono simboli viventi, pezzi di umanità che dicono no al sistema, no all'assedio, no alla logica spietata che vuole Gaza strangolata, isolata, morta di fame e di silenzio.
E come non amarle, queste imbarcazioni testarde? Come non elogiarle? Sono l'ultima forma di coraggio che ci resta, quello che non si piega, che non calcola il rischio, che va dritto contro il potere. Quello vero. Quello che ha le navi da guerra, i droni, i soldi e le alleanze. La flottiglia Sumud è poesia che diventa azione, è l'urlo di chi non accetta che un popolo venga cancellato lentamente, metro dopo metro, bomba dopo bomba, blocco dopo blocco. Merita applausi, merita che se ne parli, che si scriva, che si filmi. Merita un posto nei libri di storia, accanto a tutte quelle piccole, immense ribellioni che hanno fatto la differenza quando sembrava impossibile.
Ma poi succede questo. Lo sciopero generale. L'idea balorda, l'autogol. E qui casca l'asino, qui crolla tutto.
I sindacati – quelli che dovrebbero essere la spina dorsale dei lavoratori, quelli che dovrebbero lottare per il salario che non basta a fine mese, per i contratti a termine che ti tengono appeso a un filo, per le pensioni che sono diventate una barzelletta crudele – si buttano in questa crociata. Indìcono lo sciopero generale. Per la flottiglia. Per Gaza. Per un simbolo giusto, nobile, sacrosanto, ma lontano. E lontano non per geografia, ma per impatto. Perché mentre qui la gente non arriva alla quarta settimana, mentre le fabbriche chiudono, mentre i giovani scappano all'estero, mentre le bollette mangiano metà dello stipendio, i sindacati decidono che la battaglia vera è quella del Mediterraneo orientale.
È un errore. Grosso come una casa. Un autogol che fa male a guardarlo.
Perché fermare il paese per un giorno – bloccare treni, fabbriche, scuole, uffici – per una causa che, per quanto giusta, non cambia di una virgola né il destino di Gaza né quello di chi qui non ce la fa più, è come sparare un colpo di cannone per colpire una mosca. Spettacolare, rumoroso, ma completamente fuori bersaglio. I lavoratori perdono una giornata di paga. I precari rischiano pure il posto. E cosa ottieni? Un titolo sui giornali, un dibattito che dura ventiquattr'ore, e poi il vuoto. Il nulla.
E l'opposizione? Peggio. Si accoda. Pensa di guadagnare punti morali, di sembrare più buona, più giusta, più dalla parte degli oppressi. Ma intanto regala al governo un assist clamoroso: "Guardate questi, si preoccupano di Gaza e non di voi. Vi lasciano senza stipendio per un giorno e pensano al Medio Oriente". Ed è vero, dannazione, è vero. Perché il messaggio si perde, si diluisce, si infrange contro il muro dell'indifferenza e della stanchezza. La gente vede lo sciopero e pensa: "E io? E il mio mutuo? E la bolletta della luce?".
La flottiglia Sumud meritava altro. Meritava che se ne parlasse, che si organizzassero manifestazioni, che si scrivesse, che si costringesse il mondo a guardare. Meritava pressione diplomatica, campagne, inchieste. Meritava intelligenza, strategia, un sostegno che colpisse davvero i potenti, non che sprecasse l'energia dei deboli. Invece si è scelta la via facile, quella che fa rumore ma non fa danni. Quella che ti fa sentire buono ma non cambia niente.
È un harakiri politico. Un gesto che indebolisce chi lo fa e lascia intatti quelli che affondano barche e speranze. I veri potenti, quelli che comandano davvero, se la ridono. Perché sanno che uno sciopero generale mal pensato, mal organizzato, mal comunicato, è un fuoco d'artificio: brilla un attimo, fa chiasso, e poi lascia solo fumo. E cenere.
La flottiglia continua a navigare. Continua a resistere. Ma noi qui, con le nostre battaglie confuse e i nostri autogol, rischiamo di affondarla più di quanto faranno mai le navi da guerra. Perché l'abbiamo usata. L'abbiamo trasformata in bandiera retorica, in simbolo vuoto. E questo, questo è il vero tradimento.
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