CONTO SALDATO
Sul caso Chico Forti, ritengo del tutto corretto e giuridicamente coerente – alla luce del nostro codice penale e dell’ordinamento penitenziario – il progressivo riconoscimento dei benefici concessi, dai permessi premio fino al più recente lavoro all’esterno, autorizzato alla fine del 2025.
Dopo oltre 27 anni di detenzione complessiva [24 trascorsi negli Stati Uniti e quasi due in Italia dal trasferimento del maggio 2024], Forti ha ampiamente scontato il proprio debito con la giustizia. Se si guarda al nostro sistema penale, il dato è evidente... una condanna per omicidio volontario aggravato prevede una pena base a partire da 21 anni, fino all’ergastolo in presenza di aggravanti. Tuttavia, tra buona condotta, liberazione anticipata e benefici penitenziari, la detenzione effettiva raramente supera i 25–30 anni. In questo quadro, il tempo già trascorso in carcere da Forti supera largamente le soglie normalmente applicate in Italia.
La decisione del Tribunale di Sorveglianza di Venezia, che ha autorizzato il lavoro esterno ai sensi dell’art. 21 dell’ordinamento penitenziario – comprendendo corsi di formazione, attività di volontariato e l’impiego presso un’azienda agricola nella Bassa veronese – appare quindi non solo legittima, ma quasi doverosa in un ordinamento che, per dettato costituzionale, fonda la pena sulla funzione rieducativa [art. 27 Cost.].
A rafforzare questa scelta concorrono elementi concreti: Forti ha già usufruito, senza alcuna criticità, dei permessi premio concessi dal febbraio 2025 per far visita all’anziana madre a Trento e ha mantenuto una condotta impeccabile, requisito essenziale per qualsiasi percorso di reinserimento graduale e responsabile.
Il caso, è innegabile, resta controverso. Forti continua a proclamarsi innocente e permangono dubbi sollevati da inchieste giornalistiche e dalla famiglia. Ma sul piano dell’esecuzione della pena in Italia, ciò che conta è l’applicazione delle regole vigenti, e questi passaggi rappresentano una declinazione equilibrata, razionale e umana del nostro sistema, in netto contrasto con il rigore punitivo del modello statunitense.
Dopo tanto tempo trascorso in carcere, questa vicenda dimostra che la giustizia non è solo afflizione, ma può – e deve – saper guardare anche alla riabilitazione.
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