FANTASMI

Astenuti e inoccupati sono i fantasmi delle nostre statistiche rassicuranti. Esistono nella vita reale ma spariscono dai conteggi ufficiali proprio quando dovrebbero allarmarci di più. Così otteniamo percentuali gonfiate, maggioranze virtuali e trionfi di cartapesta che sembrano solidi ma poggiano su fondamenta fragilissime. È una logica perversa che solo chi fa politica o vende ottimismo a cottimo può considerare accettabile.

Alle elezioni vota circa il sessanta per cento degli aventi diritto, una cifra già imbarazzante per un sistema che si definisce democratico. Di quel sessanta per cento, un partito può prenderne il trenta e proclamarsi vincitore assoluto. Tradotto significa il diciotto per cento del corpo elettorale totale. Una maggioranza che non reggerebbe nemmeno in un piccolo condominio, ma siccome gli astenuti non votano e quindi non contano, il racconto ufficiale parla di mandato popolare e volontà nazionale. In realtà uno su cinque ha scelto, gli altri quattro sono rimasti a casa tra disillusione e rassegnazione.

Gli astenuti sono milioni. Pagano le tasse, subiscono le leggi, vivono le stesse difficoltà di chi vota. Eppure nei comunicati stampa e nei titoli dei giornali evaporano, lasciando spazio alla narrazione trionfalistica di governi sostenuti da minoranze rumorose spacciate per popolo compatto.

La stessa distorsione domina il mondo del lavoro. Il tasso di disoccupazione riguarda solo chi lavora o cerca attivamente lavoro. Restano fuori gli inoccupati scoraggiati, quelli che hanno smesso di cercare dopo rifiuti e silenzi interminabili. Quando questi aumentano, il tasso ufficiale migliora. Il denominatore si restringe, il numero sembra virtuoso e si parla di occupazione record. Peccato che non sia crescita reale, ma semplice sparizione statistica di chi ha rinunciato.

Tra stage gratuiti, contratti precari e offerte umilianti, molti escono dal gioco. Diventano invisibili e il sistema può ignorarli, celebrando una ripresa che esiste soprattutto nei grafici. Chi lavora sembra aumentare solo perché chi ha perso è stato cancellato dal conteggio.

Queste due illusioni si rafforzano a vicenda. Le maggioranze politiche appaiono solide perché si basano su una platea sempre più ristretta di elettori. I non votanti, spesso giovani e precari, scompaiono dal radar politico. Allo stesso tempo l’occupazione sembra in salute perché gli esclusi non figurano nei numeri che finiscono sui giornali.

Il risultato è una democrazia che sembra più vitale di quanto sia e un’economia che ostenta buona salute mentre nasconde i problemi strutturali. Viviamo in una società che premia chi resta visibile nelle statistiche e cancella chi ne esce, come se non votare o non cercare lavoro significasse non esistere.

Astenuti e inoccupati non sono un dettaglio marginale. Sono il segnale più chiaro di una resa collettiva. Ammetterlo vorrebbe dire riconoscere che il sistema funziona solo per chi riesce a restarci dentro. Una democrazia dove vota una minoranza e un’economia dove lavora una minoranza non sono segni di forza. Sono il declino mascherato da successo numerico.

Commenti

  1. Benvenuto nel mondo farlocco delle statistiche. Io appartengo a quelle dei lavoratori sfiduciati. Così come anche i miei figli. In un sud che offre solo lavoro a "nero" e sottopagato! Oppure contratti da stagistiya 40anni

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