Il SANT'UFFICIO



[fonte: https://www.tibicon.net/2012/10/il-regolamento-aziendale-in-vaticano-nel-1870/

Essere un impiegato modello a fine Ottocento doveva essere un’impresa degna di un santo più che di un contabile. L’ufficio apriva alle sette del mattino e chiudeva alle otto di sera. Il tempo libero esisteva solo come ipotesi teologica, probabilmente trattata in appendice alla Bibbia stessa. La domenica non era consacrata al riposo, ma alla causa di Dio — che, a differenza del principale, non trovava mai nulla da ridire sulle ore straordinarie non pagate.

L’impiegato ideale non fumava sigari spagnoli, non assaggiava liquori, non sfiorava un biliardo e pare avesse orrore persino del barbiere, luogo evidentemente ritenuto di perdizione morale e di pericolose conversazioni politiche. Un bravo lavoratore, insomma, doveva puzzare di cera d’api e petrolio più che di colonia, e avere le mani non tanto pulite quanto annerite dalla lanterna. Prima di iniziare la giornata bisognava riempire le lampade e spolverare i mobili: una penitenza laica prima del sacrificio quotidiano alla scrivania.

Perché è proprio questo il punto: quell’impiegato non era un lavoratore, era un penitente che espiava attraverso i registri invece che con le preghiere. O meglio, faceva entrambe le cose, in un’alchimia perfetta in cui l’ascetismo religioso si fondeva con l’efficienza capitalista. Il monastero e la contabilità, il cilicio e il bilancio: tutto si teneva dentro un unico sistema di controllo totale.

Dopo tredici ore di conti, ricevute e registri, niente osteria, niente passeggiata, ma solo la lettura edificante della Bibbia o di “altri buoni libri” — che, in pratica, significava la Bibbia con una copertina diversa. Gli uomini, anime fortunate, ottenevano una serata di svago alla settimana — due, se si presentavano fedelmente in chiesa, come premio di buona condotta.

Ed ecco svelato l’orrore vero di quel sistema: non stava solo nelle tredici ore di lavoro (che già bastavano), ma nell’idea che anche il tempo residuo dovesse essere produttivo, moralizzato, controllato. Nemmeno il riposo ti apparteneva davvero. Era sempre qualcun altro — il padrone, il parroco, la società rispettabile — a decidere cosa dovessi fare delle tue serate, dei tuoi pensieri, persino dei tuoi vizi.

L’intero meccanismo reggeva su un fragile equilibrio di repressione e fede, di olio di lampada e timore divino. A ben vedere, più che un ufficio era un monastero ragionieristico, dove il peccato mortale consisteva nel fischiettare un valzer o nell’accendersi un toscano.

Quanto a me, temo che dopo tredici ore di lavoro e tre di morale edificante mi sarei concesso non la lettura di un buon libro, ma una partita a biliardo, magari con un bicchiere di vermut in mano: un gesto sovversivo, certo, ma anche un atto di igiene mentale. Forse l’unico modo per ricordarsi di essere ancora umani, e non soltanto ingranaggi unti di virtù e sacrificio.

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