PERSIA IN FIAMME

L’Iran brucia e noi siamo lì con i popcorn morali, a commentare l’ennesima stagione di una tragedia che conosciamo a memoria, stessi carnefici, stesse vittime, stesso coro di dichiarazioni che sembrano generate da un algoritmo addestrato alla vigliaccheria. La gente scende in strada per fame e libertà, concetti ormai esotici, il regime risponde con proiettili, torture e sparizioni, e l’Occidente reagisce come sempre, esprimendo profonda preoccupazione, che è il modo elegante per dire non faremo assolutamente nulla. Gli Stati Uniti oscillano tra il desiderio di sembrare morali e il terrore di perdere controllo, parlano di diritti mentre contano barili e alleanze, pronti a indignarsi ma solo finché non disturba l’agenda strategica del momento. L’Europa fa la parte che le riesce meglio, quella del gigante economico con l’anima di un comitato di condominio, unanime nel dire che la situazione è complessa e divisa su tutto il resto, incapace di scegliere, allergica al rischio, bravissima a trasformare l’impotenza in linguaggio tecnico. E poi ci siamo noi, con il nostro governo che ama esibire fermezza, sovranità e identità quando si tratta di migranti, poveri o nemici immaginari, ma che sull’Iran si rifugia in un silenzio disciplinato, allineato, prudente fino all’irrilevanza, perché la coerenza vale solo quando non disturba alleati e mercati. Non è ipocrisia, quella richiederebbe almeno uno sforzo, è pigrizia strategica mascherata da realismo, è l’incapacità strutturale di pensare qualcosa che non sia o un disastro annunciato o una frase da conferenza stampa. Le democrazie non sbagliano, semplicemente non tentano più, evitano rischi come se fossero una patologia e chiamano responsabilità il restare immobili, trasformando ogni scelta in un incubo teorico e ogni non-scelta in una virtù. Così si resta fermi, si commenta, si twitta, si annuisce gravemente davanti alle telecamere e poi si torna alle cose serie, ai mercati, agli equilibri, alla sacra gestione ordinaria del nulla. Eppure le alternative ci sono, sono lì, evidenti, quasi imbarazzanti nella loro semplicità, colpire i patrimoni dei vertici invece di affamare i cittadini, sostenere chi buca la censura invece di limitarsi a lodarne il coraggio a posteriori, chiudere università e salotti ai figli dei repressori mentre si aprono corridoi veri ai dissidenti, fare pressione su chi fornisce armi e software di sorveglianza invece di fingere che il regime si autoalimenti per partenogenesi, ma tutto questo ha un difetto imperdonabile, costa, politicamente, economicamente, simbolicamente, e nessuno ha più voglia di pagare alcun prezzo. Allora ci raccontiamo la favola rassicurante che non esistono alternative, che ogni mossa sarebbe peggiore dell’inazione, che il caos è sempre dietro l’angolo e quindi meglio restare sul divano della storia a commentare mentre altri sanguinano. La politica diventa così un flusso di parole che non produce conseguenze, un talk show permanente travestito da realismo, una resa mentale prima ancora che morale. L’Iran brucia, e noi guardiamo, non perché siamo impotenti, ma perché abbiamo deciso che guardare è l’unica cosa che non ci costa nulla, e in fondo è questo il vero ordine che vogliamo difendere.

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