PICS OR IT DIDN'T HAPPEN
La polemica contro chi ha filmato l’incendio di Crans-Montana invece di fuggire è comprensibile ma profondamente miope. Liquidare quel gesto come stupidità o irresponsabilità serve più a tranquillizzare le coscienze che a capire cosa sia davvero accaduto. In realtà quel comportamento parla meno dei singoli e molto di più della società che li ha formati.
Quei ragazzi non hanno scelto lucidamente di restare in pericolo. Stavano vivendo l’evento attraverso uno schermo. La tecnologia ha alterato la percezione del rischio trasformando la realtà in contenuto e il pericolo in narrazione. Il telefono crea una distanza psicologica che ritarda il riconoscimento emotivo della minaccia. Il fuoco non era ancora morte imminente ma evento straordinario da documentare.
Non è cinismo. È un cortocircuito cognitivo prodotto da anni di esposizione a catastrofi sempre mediate sempre lontane sempre viste da dietro un vetro. Quando tutto arriva sotto forma di immagine anche l’emergenza perde immediatezza corporea. L’istinto viene sospeso in attesa che la mente decida se ciò che sta accadendo è reale o solo un’altra scena da registrare.
La condanna morale ignora un fatto essenziale. Viviamo in una cultura in cui l’esperienza sembra esistere solo se viene condivisa. La logica del pics or it didn’t happen non è un vezzo generazionale ma una regola implicita. L’identità si costruisce attraverso la testimonianza pubblica della propria vita. Ogni momento significativo deve essere catturato. Il valore di ciò che accade è misurato dalla sua visibilità. Quei ragazzi stavano applicando con coerenza il codice che abbiamo trasmesso loro.
C’è poi una comoda ipocrisia. Gli stessi media che hanno diffuso quelle immagini per alimentare l’indignazione fanno parte del sistema che premia il contenuto drammatico e virale. Criticare quei giovani significa proiettare su di loro una colpa collettiva. È più facile dire sono irresponsabili che ammettere li abbiamo educati così.
Anche la distanza generazionale è in gran parte fittizia. Molti adulti fanno ogni giorno la stessa cosa in contesti diversi. Guardano il telefono mentre guidano. Fotografano invece di vivere. Documentano invece di essere presenti. Cambia lo scenario ma la logica è identica.
Non si tratta di assolvere né di giustificare. Si tratta di riconoscere che stiamo vivendo una trasformazione profonda. La tecnologia non è più uno strumento ma una protesi cognitiva. Modifica il modo in cui percepiamo il mondo e reagiamo al pericolo. E quando un’intera generazione cresce così non si può pretendere che in emergenza torni magicamente a un rapporto immediato con la realtà.
Il trauma non è solo l’incendio. È la scoperta brutale che lo schermo non protegge. Che la realtà può uccidere anche mentre la stai filmando. Che esiste una differenza fatale tra vivere e documentare. La domanda vera non è perché hanno filmato. La domanda è cosa abbiamo fatto noi per renderlo inevitabile.
Quelle immagini non mostrano solo delle fiamme. Mostrano lo specchio più fedele di ciò che siamo diventati. Una civiltà che ha sostituito la presenza con la rappresentazione e che ora ne paga il prezzo nel modo più crudele possibile.
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