CATENE DI COMANDO


Ieri a Torino, durante una manifestazione degenerata in scontri, la tensione è esplosa in pochi istanti. Cariche, lancio di oggetti, caos nelle strade, agenti costretti a fronteggiare una situazione rapidamente sfuggita di mano. Il bilancio ufficiale parla di un centinaio di poliziotti feriti e di appena due persone arrestate. Numeri che, già da soli, raccontano una giornata nera e sollevano interrogativi pesanti su come sia stata gestita l'operazione di ordine pubblico.

Condanniamo, senza se e senza ma, il vergognoso linciaggio fatto da delle bestie al nostro poliziotto. Ma sì, lasciatemi fare anche una critica ai colleghi del poliziotto e al suo dirigente, che sono riusciti nell'impresa di lasciarlo completamente solo nel momento peggiore. Una domanda sorge spontanea ed è tutt'altro che marginale. Com'è possibile che un agente possa allontanarsi dal proprio gruppo senza che nessuno lo fermi, senza che un responsabile se ne accorga, senza che parta immediatamente una richiesta di supporto? Com'è possibile che passi quasi un minuto prima di un intervento, mentre un uomo in divisa resta isolato, esposto, vulnerabile?

Quel minuto non è un dettaglio. È un'eternità quando sei circondato, quando la tensione esplode, quando ogni secondo può fare la differenza tra il controllo della situazione e il disastro. Nelle dinamiche di piazza, l'isolamento di un operatore crea una vulnerabilità doppia. Per lui, ovviamente, ma anche per chi deve poi intervenire in condizioni più rischiose per recuperare la situazione. Eppure, in quel minuto, il poliziotto era solo. Non metaforicamente. Solo davvero.

E poi arriviamo ai numeri, che dovrebbero essere freddi e oggettivi, ma che qui suonano come un'accusa. Cento agenti feriti e soltanto due arresti. Cento. Due. Un rapporto che grida incoerenza e solleva domande concrete sull'efficacia operativa. Un bilancio che racconta una gestione quantomento discutibile, se non fallimentare.

C'è qualcosa che non torna. O meglio, ci sono molte cose che non tornano. Questioni che riguardano la pianificazione preventiva del servizio, il coordinamento in tempo reale tra reparti, la capacità di mantenere l'integrità dei gruppi operativi, la prontezza nell'attivare supporti quando necessario. Tornano invece sempre le stesse dinamiche, fatte di catene di comando che sembrano evaporare proprio quando dovrebbero funzionare, di responsabilità che si dissolvono nell'aria e di uomini mandati avanti come se fossero intercambiabili, sacrificabili.

Ma le responsabilità non si fermano al livello operativo. C'è una responsabilità politica che sale fino al Ministro dell'Interno e al Governo. Perché quando ventinove agenti tornano a casa feriti, quando i protocolli evidentemente non funzionano, quando la macchina dell'ordine pubblico si inceppa in questo modo, non è solo questione di scelte tattiche sul campo. È questione di risorse, di formazione, di strategie complessive, di scelte politiche su come gestire il dissenso e la sicurezza nelle piazze. È responsabilità di chi governa garantire che gli uomini e le donne in divisa abbiano gli strumenti, il supporto e le condizioni per operare efficacemente e in sicurezza. Mandare le forze dell'ordine in piazza senza un'adeguata strategia complessiva, senza risorse sufficienti, senza protocolli che funzionino davvero, significa esporle al rischio e poi scaricare su di loro le conseguenze di scelte che vengono prese altrove.

Sono tutte domande che meritano risposte, non per cercare capri espiatori, ma perché dalla comprensione degli errori dipende la sicurezza futura degli operatori. La difesa della polizia non passa attraverso il silenzio sulle criticità operative, ma attraverso il loro riconoscimento e superamento. Nei servizi di ordine pubblico, la coesione dei reparti e il mantenimento delle distanze di sicurezza non sono dettagli burocratici, ma principi vitali che proteggono sia gli operatori che l'efficacia stessa dell'intervento.

Alla fine resta una sensazione amara. Non basta parlare di ordine pubblico, di strategie, di protocolli, se poi, sul campo, un agente può essere lasciato solo per un minuto di troppo. Perché quel minuto pesa. E pesa su tutti. Il rischio è che certe dinamiche si ripetano proprio perché non vengono affrontate con la necessaria lucidità autocritica, né sul piano operativo né su quello politico.

Commenti

  1. Non credo che questo governo possa comprendere quello che giustamente affermi! Purtroppo il loro modo di guardare la "res publica" è puntare il dito e non quello di assumersi le DOVUTE RESPONSABILITÀ

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    1. Temo proprio sarà così...il poliziotto linciato è un’immagine troppo forte e indignante a prescindere dal colore politico per non "sfruttarla" al massimo potenziale propagandiatico e diffondendo odio generalizzato sulla sinistra.

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