COSÌ FAN TUTTI
L’argomento è semplice, elegante e quasi completamente disonesto. Nei Paesi democratici la separazione delle carriere esiste, dunque dobbiamo farla anche noi. E chi si oppone è un corporativista aggrappato ai propri privilegi oppure, nella versione più indulgente, un ingenuo che non ha capito come funziona il mondo moderno.
Ma é davvero così semplice che basta separare le carriere e ci si ritrova dalla parte giusta della Democrazia e del Tempo? [Spoiler... NO!].
È una costruzione retorica perfetta, lineare e rassicurante, apparentemente cosmopolita. Peccato che basti grattare appena la superficie per scoprire che il confronto regge solo finché si evita accuratamente di guardare cosa si sta davvero confrontando. Ed è esattamente lì che sta il trucco.
Negli Stati Uniti i prosecutor sono eletti direttamente dai cittadini oppure nominati dall’esecutivo. Questo significa che l’azione penale è, per struttura, una funzione politicamente orientata. Risponde al ciclo elettorale, è sensibile alle priorità di governo, si muove dentro un sistema di responsabilità che è prima di tutto politica. Non è una critica, è una descrizione istituzionale. L’indipendenza assoluta dell’accusa non è mai stata il cuore del modello americano, perché lì l’equilibrio tra i poteri si gioca su un terreno diverso.
In Francia il pubblico ministero dipende gerarchicamente dal Ministero della Giustizia. È un rapporto esplicito e strutturale. Nel Regno Unito la Crown Prosecution Service risponde all’esecutivo. In tutti questi sistemi la separazione tra chi accusa e chi giudica è coerente perché i due ruoli appartengono già a universi istituzionali differenti. Il pubblico ministero non è mai stato concepito come un magistrato indipendente dal potere politico. È un attore dell’indirizzo politico criminale dello Stato.
In Italia, invece, il pubblico ministero è parte della magistratura indipendente. Gode delle stesse garanzie costituzionali del giudice ed è sottratto per disegno costituzionale al controllo del governo. Risponde soltanto alla legge. È un’anomalia, forse. Ma è un’anomalia voluta, figlia di una scelta storica precisa, evitare che l’azione penale potesse tornare a essere uno strumento dell’esecutivo.
Chi propone la separazione delle carriere citando i modelli stranieri compie un’operazione chirurgicamente selettiva. Prende la forma, carriere separate, e ignora la sostanza, cioè che in quei modelli il pubblico ministero risponde già, in forme diverse, al potere politico. Questo dettaglio non viene quasi mai enfatizzato nel dibattito italiano. Non perché sia irrilevante, ma perché è l’unico elemento davvero decisivo.
Il risultato è un argomento che suona moderno e riformista. In realtà funziona secondo uno schema antico quanto la propaganda. Si isola un frammento di un sistema complesso, lo si decontestualizza, lo si presenta come soluzione ovvia e di buon senso, e chi obietta viene dipinto come conservatore o corporativo. È lo stesso meccanismo con cui si cita il modello sanitario americano senza parlare delle sue diseguaglianze strutturali, oppure si elogia l’efficienza di un sistema senza spiegare quali garanzie sono state sacrificate lungo la strada.
Il confronto internazionale, nella versione che circola nel dibattito italiano, non è un’analisi comparata. È una scorciatoia argomentativa rivestita di autorevolezza accademica. La sua forza non sta nella solidità dei dati, ma nell’asimmetria dell’informazione. Funziona solo finché resta incompleto. Quando lo si guarda per intero, l’effetto cosmopolita svanisce e rimane una scelta politica che andrebbe discussa per ciò che è, non per come viene raccontata.
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