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Riflettevo su una contraddizione che attraversa le politiche migratorie europee come una frattura sottile in una parete apparentemente compatta. L’Europa dichiara “sicuri” alcuni paesi, ne riconosce la stabilità istituzionale e firma accordi di cooperazione. Ma quando i cittadini di quegli stessi paesi chiedono un visto per entrare legalmente, vengono trattati come potenziali irregolari.

La nozione di paese sicuro ha una funzione tecnico giuridica precisa. Serve a escludere la protezione internazionale in assenza di persecuzioni sistematiche. Non valuta però le condizioni economiche o le opportunità di vita. Un paese può essere formalmente sicuro e al tempo stesso offrire pochissime prospettive ai propri giovani. Il problema non sta nelle due politiche prese separatamente, ma nell’uso che si fa di quella classificazione per chiudere la porta umanitaria senza aprirne una economica.

La domanda resta semplice. Se un paese è sicuro, perché i suoi cittadini non possono accedere con regolarità al mercato del lavoro europeo. Perché non esiste un canale legale che permetta di entrare per cercare un impiego, come accade in senso opposto per molti europei. La risposta ufficiale parla di rischio di permanenza oltre il visto e di necessità di governare i flussi. È una logica amministrativa coerente, ma il risultato concreto è che la migrazione legale diventa rara e complessa.

Per ottenere un visto di lavoro occorre spesso avere già un contratto. Per avere un contratto occorre essere sul posto. È un circuito chiuso che non elimina la migrazione, la spinge verso l’irregolarità. I controlli più rigidi, senza canali accessibili, non fermano i movimenti. Li rendono più pericolosi e più opachi.

L’Europa, che invecchia e ha bisogno di lavoratori in agricoltura, edilizia e assistenza, continua a intervenire a posteriori con regolarizzazioni periodiche. È il segno di una dinamica circolare. L’ingresso legale è insufficiente, l’irregolarità cresce, poi viene sanata. Si dichiara di voler governare i flussi, ma si gestiscono effetti prevedibili.

Il costo è visibile nelle morti in mare e nello sfruttamento nel lavoro sommerso. Ma c’è anche un costo di coerenza. Un sistema che proclama diritti universali e costruisce barriere amministrative finisce per produrre proprio l’irregolarità che condanna. Finché questa asimmetria non sarà riconosciuta come un problema strutturale, le politiche migratorie europee continueranno a muoversi in un equilibrio fragile, tra dichiarazioni di principio e pratiche che le smentiscono.

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