"ESSERCI SEMPRE"
Il 26 gennaio 2026, nel boschetto di Rogoredo, l’agente Carmelo Cinturrino ha sparato un colpo alla testa di Abderrahim Mansouri, ventottenne, disarmato e presumibilmente spacciatore. Secondo l’accusa avrebbe poi collocato una pistola finta accanto al corpo e lasciato trascorrere più di venti minuti prima dell’arrivo dei soccorsi.
Se i fatti saranno confermati, non si tratta di un incidente né di un eccesso di forza. Non è un errore operativo. È un’esecuzione seguita da un tentativo di depistaggio. La differenza non è solo giuridica ma politica nel senso più profondo. Non si rompe soltanto una norma penale, si incrina il patto implicito che tiene insieme una società.
Max Weber definiva lo Stato come il detentore del monopolio legittimo della violenza. Il punto decisivo è la legittimità. La forza pubblica è accettata perché viene esercitata come garanzia collettiva e non come potere arbitrario. Quando un agente, secondo le accuse, usa la divisa per estorcere denaro e droga e poi elimina un testimone scomodo, non viola soltanto la legge. Consuma la fiducia che rendeva accettabile quell’uniforme.
Se colpevole, Cinturrino non è solo un individuo che ha tradito il proprio ruolo. È il segno che quel ruolo poteva essere deformato in strumento di predazione. E la questione non si esaurisce nella responsabilità personale. In un luogo come il boschetto di Rogoredo, una delle piazze di spaccio più note d’Italia, un sistema di estorsioni non prospera nel vuoto. La domanda più scomoda riguarda i controlli, i silenzi, le omissioni. Concentrarsi su un unico colpevole rischia di trasformare un problema strutturale in un caso isolato, rassicurante proprio perché isolato.
La politica ha reagito rapidamente. Matteo Salvini ha evocato la legittima difesa e poi parlato di oltraggio alla divisa. Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi hanno richiamato al rigore interno e negato scudi penali. Il solo fatto che si sia discusso di possibili tutele speciali per gli agenti rivela però uno slittamento. Non si discute più soltanto di responsabilità individuale, ma del grado di giudicabilità dell’uniforme.
Nel frattempo una parte dell’opinione pubblica ha reagito in modo prevedibile. Nei commenti e nelle conversazioni si è ripetuto che Mansouri se l’era cercata, che era uno spacciatore, che il mondo è migliore senza di lui. Questa reazione non nasce dal nulla. È il risultato di anni in cui alcune figure sono state raccontate come nemici interni, come presenze da espellere più che cittadini da giudicare secondo la legge.
Il punto più inquietante è qui. Quando si accetta che il valore di una vita dipenda dalla categoria a cui appartiene, la legge smette di essere un principio universale e diventa uno strumento selettivo. Rogoredo non è solo un caso giudiziario. È uno specchio di una crisi più ampia in cui fiducia pubblica, responsabilità istituzionale e cultura civile si indeboliscono insieme.
La Polizia di Stato ha come motto ESSERCI SEMPRE. È una promessa di presenza e di protezione, soprattutto per chi è più vulnerabile. Ma esserci sempre non può significare esserci al di sopra della legge. Se la presenza dello Stato perde il suo legame con la responsabilità, quel motto si svuota e si trasforma in una formula retorica. La vera sfida è fare in modo che quelle parole continuino a significare tutela e non potere senza controllo.
Uscirne richiede indagini serie e trasparenti, controlli effettivi e una discussione pubblica meno guidata dalla paura. Senza questo sforzo, ogni condanna individuale rischia di restare un gesto simbolico mentre la frattura di fondo continua ad allargarsi.
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