ITALIA VS ITALIE


Il cosiddetto Stabilicum viene presentato come la riforma capace di garantire finalmente stabilità ai governi italiani. È una promessa forte, quasi simbolica, in un Paese che da decenni associa l’idea di governo alla precarietà. Eppure proprio sul punto più qualificante, la stabilità, la riforma mostra una contraddizione strutturale difficile da ignorare.

Il cuore del problema risiede nel meccanismo del premio di maggioranza, costruito in modo asimmetrico tra i due rami del Parlamento. Alla Camera dei deputati il calcolo avviene su base nazionale, mentre al Senato su base regionale. Questa differenza, che potrebbe sembrare solo tecnica, ha in realtà una portata politica enorme. In un sistema caratterizzato dal bicameralismo perfetto, nel quale il governo deve ottenere e mantenere la fiducia sia della Camera sia del Senato, l’esistenza di due criteri diversi per l’attribuzione del premio di maggioranza rischia di produrre maggioranze divergenti.

Lo scenario non è affatto teorico. Una lista o coalizione che raggiunga il 40 per cento dei voti su base nazionale potrebbe ottenere il premio alla Camera ma non al Senato, dove la distribuzione territoriale dei consensi incide in modo decisivo sull’assegnazione dei seggi. Si può vincere nel Paese nel suo insieme e allo stesso tempo non disporre dei numeri necessari nell’altro ramo del Parlamento. Quando questo accade, la governabilità promessa si trasforma in paralisi. È un’esperienza già vissuta nella storia recente della Repubblica, con governi costretti a mediazioni estenuanti o sostenuti da maggioranze fragilissime.

Il punto politico di fondo è che la riforma elettorale interviene sul sintomo senza affrontare la causa strutturale, cioè il nodo del bicameralismo perfetto. Finché Camera e Senato hanno identici poteri e identica funzione fiduciaria, qualsiasi legge elettorale che non armonizzi davvero i meccanismi di formazione delle maggioranze rischia di generare squilibri. Sarebbe stato più coerente affiancare alla riforma elettorale una revisione costituzionale capace di differenziare le funzioni delle due Camere, superando la duplicazione speculare che caratterizza il sistema italiano. Un tentativo in questa direzione è stato avviato in passato ma non ha superato il vaglio referendario, lasciando irrisolto il problema di fondo.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico, l’assenza delle preferenze. Con liste bloccate l’elettore non sceglie i parlamentari ma soltanto il simbolo. La selezione dei candidati viene così concentrata nelle mani delle segreterie di partito, rafforzando la dimensione oligarchica della rappresentanza. Il rischio non è solo tecnico ma politico e sociologico. Si accentua la distanza tra cittadini ed eletti, si indebolisce il legame territoriale e si rafforza la percezione di un Parlamento nominato più che scelto. In un contesto segnato da crescente disaffezione verso la politica, questa impostazione appare distante dalla domanda di partecipazione e trasparenza.

Nel complesso lo Stabilicum rischia di collocarsi in una zona grigia. Risulta meno rappresentativo di un proporzionale puro perché altera la proporzione attraverso il premio di maggioranza. Non garantisce neppure la stabilità tipica di un sistema maggioritario, dato che non assicura l’uniformità delle maggioranze tra i due rami del Parlamento. Ne deriva un equilibrio fragile presentato come soluzione definitiva.

La promessa è quella della stabilità. La realtà potrebbe essere quella di una nuova stagione di incertezza istituzionale. Quando le riforme nascono per risolvere un problema ma evitano di affrontarne il nucleo strutturale, il rischio è che finiscano per riprodurlo in forme ancora più complesse.

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