MARE FUORI

Negli ultimi anni il dibattito sul carcere è tornato al centro della discussione pubblica, e la posizione di Ilaria Salis si inserisce in una linea che guarda ai dati prima ancora che alle ideologie. Il punto è semplice, se oltre il 60% dei detenuti in Italia torna a delinquere dopo la scarcerazione, significa che il sistema, così com’è, non sta funzionando. Punisce, ma non rieduca...contiene, ma non reintegra.
Il sovraffollamento cronico degli istituti penitenziari rende ancora più evidente il problema. Celle oltre la capienza, accesso limitato a lavoro e formazione, servizi psicologici insufficienti: in queste condizioni è difficile immaginare un percorso di riscatto. A questo si aggiunge una presenza significativa di detenuti stranieri – tra il 35 e il 40% – che riflette squilibri sociali e fragilità economiche più ampie. Il carcere diventa così il punto di arrivo di marginalità non affrontate altrove.
La visione sostenuta da Salis propone un cambio di paradigma: meno carcere punitivo e più investimenti in istruzione, formazione professionale, lavoro e salute mentale. Non è un’utopia. Nei Paesi Bassi, riforme orientate a pene alternative e reinserimento hanno portato a una riduzione della popolazione carceraria di circa il 44% dal 2005. Un risultato che dimostra come la sicurezza collettiva possa rafforzarsi non attraverso l’inasprimento delle pene, ma tramite politiche che riducano davvero la recidiva.
Perorare questa visione non significa essere indulgenti verso il reato, ma pragmatici verso la realtà. Se l’obiettivo è meno crimine e più sicurezza, allora investire sulle persone – prima, durante e dopo la detenzione – non è debolezza: è lungimiranza.

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