ONOREVOLE LAVOISIER

Giorgia Meloni ha costruito una coalizione che somiglia meno a un’alleanza politica e più a un ecosistema controllato. Non deve distruggere i suoi alleati, le basta lasciarli respirare. In politica, il rivale più utile è quello che vive sotto il tuo stesso tetto.
La geometria del centrodestra italiano è quella di un condominio litigioso. Lei possiede l’attico. Gli altri discutono sull’ascensore. Ogni attrito interno consolida la sua centralità. Non per forza, ma per differenza. Il bacino elettorale della destra italiana è un sistema chiuso, ermetico. Un acquario dove i pesci si mangiano tra loro e i voti non si creano dal nulla ma si spostano, fluttuano, aspettano il primo che grida più forte. Vannacci grida forte? Salvini grida più forte di lui ma non ha più nulla da dire, il che è un problema quando fai dell'urlo e dell'iperbole il tuo unico programma di governo. E Tajani, semplicemente, non ha mai capito che in questo acquario chi non fa lo squalo non esiste...lui fa il pesce da scoglio e non lo vede nessuno.

Salvini è la stella morta della coalizione. Fa ancora luce per inerzia, per abitudine, per mancanza di alternative, ma il fuoco è spento da un pezzo e lui è l'ultimo a saperlo. Ogni sua uscita pubblica è un autodafé che Meloni guarda da lontano con la pazienza certosina di chi sa che non dovrà bruciare nulla di persona, perché il paziente si dà fuoco da solo e con grande soddisfazione della platea. Vannacci ha completato l'opera, ha preso l'elettorato più viscerale, quello che credeva di poter controllare, e lo ha portato in un angolo del sistema ancora più chiuso, ancora meno frequentabile, ancora meno governabile. Un regalo involontario consegnato con la goffaggine di chi spara un proiettile e si sorprende che non torni indietro. Per Meloni è un vantaggio indiretto, ogni voto che si sposta verso Vannacci è un voto che indebolisce la Lega senza rafforzare davvero nessuno.

Poi c'è Tajani, che è il caso più istruttivo di tutti, forse il più malinconico se ci si ferma a guardarlo bene. Uomo di mondo, navigato, multilingue, già presidente del Parlamento europeo [ quando per l'Europa non c'erano i problemi di oggi], eppure condannato a fare il volto presentabile di un partito che non sa più cosa vuole essere da quando non c'è più il fondatore a deciderlo per tutti. Un perfetto numero due. In patria lo mandano nei posti scomodi a fare la faccia di chi è capitato lì per sbaglio. All'estero lo spediscono al cosiddetto Board of Peace di Trump, non come protagonista, si badi bene, non al tavolo dove si decidono le cose, ma nell'anticamera [cosa che gli riwsce benissimo, come nel Governo], a fare tappezzeria con la promessa di addestrare qualche poliziotto a Gaza mentre l'Indonesia porta truppe e gli altri portano miliardi. Tajani porta i crackers e torna a casa con un cappellino MAGA, come uno studente in gita a Gardaland che acquista il gadget più scontato cbe c'è.

La mossa, però, funziona per Fratelli d'italia. Meloni, di sponda, si intestina l'atlantismo, aggancia la tradizione filo-americana del berlusconismo a qualcosa che assomiglia al trumpismo, e incassa su entrambi i fronti, Washington e Bruxelles, senza muovere un dito e senza esporsi a nulla. Tajani fa da parafulmine internazionale esattamente come fa da parafulmine domestico...utile, presentabile, e così marginale che all'occorrenza si può sacrificare senza che nessuno si accorga della differenza. Il copione non cambia mai, la regia è sempre la stessa. Gli alleati vengono spediti a presidiare gli spazi che Meloni non vuole occupare, troppo rischiosi, troppo ambigui, troppo costosi in termini di immagine, e lei resta sopra la mischia, gestisce le distanze, lascia che il sistema si consumi da solo e aspetta. Il vero talento di Meloni non è governare. È scegliere con cura chi mandare a perdere al posto suo.

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