VIA DEL CAMPO

Se c’è una creatura che meriterebbe una cattedra di filosofia morale è lo stercorario, quel minuscolo titano dell’ottimismo che ha trasformato la discarica in destino e il destino in progetto immobiliare. Pensateci bene, mentre noi esseri umani costruiamo intere tragedie greche attorno a un cappuccino annacquato o a una riunione spostata di mezz’ora, lui trascorre l’esistenza immerso nella sostanza meno poetica dell’universo e riesce comunque a farne un investimento a lungo termine. Non è rassegnazione, è strategia ontologica. Non subisce il contesto, lo capitalizza. Se la vita gli offre letame, non fa limonate: fa architettura, genealogia, urbanistica. E in questa operazione apparentemente grottesca si nasconde una verità che Fabrizio De André aveva già colto con limpida brutalità poetica “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Lo stercorario non conosce la canzone, ma ne incarna la tesi con una coerenza biologica disarmante, dove noi vediamo scarto, lui vede fertilità, dove noi sentiamo offesa, lui individua possibilità. C’è qualcosa di profondamente filosofico in questa postura, qualcosa che avrebbe fatto sorridere persino Nietzsche, perché lo stercorario incarna l’amor fati nella sua versione più concreta e meno instagrammabile possibile. Non si limita ad accettare il proprio destino, lo arreda. L’eterno ritorno? Per lui non è un enigma metafisico ma una pratica quotidiana, ogni giorno ricomincia nello stesso substrato, con la stessa materia prima discutibile, eppure ogni giorno dice sì, con una coerenza che farebbe impallidire gli eroi tragici. Se Epitteto insegnava che non dipende da noi ciò che accade ma dipende da noi come lo giudichiamo, lo stercorario sembra aver preso l’idea alla lettera. Il mondo è quello che è, quindi tanto vale organizzarci sopra un piano regolatore. La sua forza non è l’illusione che le cose vadano bene, ma la certezza che peggio di così non si può andare, e in questa consapevolezza c’è una libertà che noi, terrorizzati dal possibile “downgrade”, raramente conosciamo. Vivendo al fondo, è immune alla caduta, immerso nella materia più bassa, è paradossalmente inattaccabile dall’ansia di precipitare. E così, mentre noi ci affanniamo a evitare ogni forma di disagio come se fosse un attentato alla nostra dignità, lui danza nella sua pozzanghera con la serenità di chi ha smesso di negoziare con la realtà e ha iniziato a collaborarci. Non ignora la puzza, non la sublima in metafora floreale, non la nega, la utilizza. Ed è qui che il comico diventa serio, perché il suo esempio suggerisce che l’ottimismo non nasce dall’assenza di brutture ma dalla decisione di trattarle come materiale da costruzione. Lo stercorario non è un ingenuo, è un realista radicale con ambizioni da imprenditore, sa benissimo in cosa vive, ma invece di maledire l’universo per la qualità discutibile del suo quartiere cosmico, si mette al lavoro. In un certo senso è più adulto di noi. Ha capito che l’alternativa al fango non è sempre un prato alpino, e che aspettare condizioni perfette equivale a rinunciare a vivere. Forse è questo il suo insegnamento più sottile e più filosofico, il fondo del barile può essere un trampolino se smettiamo di considerarlo un’offesa personale. E allora l’immagine dell’insetto che rotola la sua sfera con ostinazione quasi liturgica smette di farci solo sorridere e comincia a interrogarci, perché se davvero dai diamanti non nasce nulla e dalla materia più bassa può sbocciare la vita, allora forse il vero scandalo non è il fango, ma la nostra incapacità di riconoscerne la potenza generativa. Il vero ottimismo, suggerisce lo stercorario senza proclami e senza metafisica, non è aspettare che il mondo smetta di sporcarci le mani, ma imparare l’arte sottile e filosoficamente sovversiva di farci qualcosa di buono.

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