CI SONO O CI FANNO?

Pochi giorni fa è stato riportato in Italia, in un CPR, l'ennesimo migrante trasferito nel CPR in Albania. 
Leggendo la sentenza della Corte d'appello di Roma e confrontandola con le dichiarazioni allarmate di chi governa, viene da chiedersi se siamo di fronte a una strategia comunicativa calcolata al millimetro o a una semplice, disarmante, incapacità di comprendere le regole elementari dello Stato di diritto. Forse la verità più inquietante è che si tratti di entrambe le cose, perché quando si tratta di giocare con la vita delle persone, con i loro diritti fondamentali, con la loro libertà personale, la distinzione tra malizia e incompetenza diventa quasi un esercizio accademico, mentre le conseguenze restano drammaticamente concrete. Ed è proprio qui che il quadro si fa grottesco. Da un lato la Presidente del Consiglio che in radio dipinge un migrante come un mostro intoccabile per colpa della magistratura nemica, dall'altro una sentenza che semplicemente applica il diritto europeo, quel diritto che l'Italia ha firmato e che dovrebbe vincolare tutti, persino chi fa campagna elettorale contro di esso. Viene da pensare che la Questura, nel sostenere che la domanda di asilo fosse strumentale, abbia agito con una leggerezza che confina con la cattiveria, perché definire pretestuosa una richiesta di protezione senza nemmeno verificare i legami familiari del richiedente, senza considerare che l'articolo 8 della CEDU tutela proprio quei legami, significa non solo ignorare la legge ma voler costruire un nemico pubblico su misura per l'opinione pubblica più distratta. E intanto Fathallah Ouardi, che è una persona in carne e ossa con una storia, con condanne già scontate, con un fratello in Italia, resta inchiodato a una vicenda giudiziaria che poteva essere gestita con dignità invece di diventare un caso mediatico. La cosa ancora più preoccupante è che questa non è un'eccezione ma un pattern. Ottobre 2024, gennaio 2025, marzo 2026, sentenza dopo sentenza che smontano pezzo dopo pezzo il Protocollo Italia-Albania, e invece di fermarsi a riflettere, invece di chiedersi se forse il problema non sia la magistratura ma la qualità legislativa e operativa di certi provvedimenti, si raddoppia la retorica, si alza il volume, si cerca il colpevole fuori invece di guardarsi dentro. Quando si tratta di diritti fondamentali, di persone che rischiano la vita, di procedure che devono garantire equità e non spettacolo, questa leggerezza diventa insopportabile, perché non stiamo parlando di numeri o di slogan ma di esseri umani il cui destino viene deciso in aule di tribunale mentre in televisione si fanno processi mediatici. Se davvero il governo crede che il consenso si costruisca calpestando le garanzie giuridiche, allora c'è da essere non solo preoccupati ma profondamente inquieti, perché uno Stato che tratta i diritti come ostacoli da aggirare invece che come pilastri da proteggere non è uno Stato più sicuro, è uno Stato più fragile. La causticità del tono che uso non è scelta stilistica ma necessità civile. Quando la propaganda mangia la sostanza, quando l'incapacità si traveste da fermezza, quando la vita delle persone diventa materiale di campagna elettorale, non c'è spazio per l'indulgenza, c'è solo l'obbligo di dire, forte e chiaro, che così non si può andare avanti. Perché la giustizia non è un optional politico e i diritti non sono negoziabili in base ai sondaggi. Se questo sembra un giudizio severo, ebbene, lo è, perché severa deve essere la risposta a chi tratta la Costituzione come un suggerimento e la dignità umana come un dettaglio fastidioso.

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