CRITICA SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Il problema al centro del dibattito non è l'elezione in sé dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, ma l'elezione della sola componente togata. Il caso Palamara ne è, paradossalmente, l'esempio più pratico e, a mio avviso, tra i meno considerati nel dibattito pubblico.
Palamara, allora presidente dell'ANM e appartenente a una corrente di destra, fu avvicinato da esponenti politici del PD. La vicenda emerse grazie alle indagini a suo carico per uno scambio di favori con l'imprenditore Centofanti e all'uso di un trojan per le intercettazioni del suo cellulare, strumento investigativo che l'attuale Governo vorrebbe oggi limitare in modo significativo. Da quelle indagini i media ricavarono quella che venne definita un "sistema delle correnti", attraverso cui la politica avrebbe pilotato l'operato del CSM. A mio avviso, questa generalizzazione fu in larga misura strumentale e condusse a una sostanziale perdita di fiducia dell'opinione pubblica nell'intera magistratura, aprendo la strada a un'immancabile strumentalizzazione politica.
Palamara era certamente un corrotto e aperto alla corruzione. Ma estendere questa responsabilità individuale all'intera ANM è un salto logico fallace e pericoloso. Ed è qui che emerge il paradosso più rilevante. Pur ricoprendo la presidenza dell'ANM, Palamara non avrebbe potuto pilotare in toto il CSM senza prima trovare un consenso trasversale tra le correnti. L'ANM è infatti un'associazione di categoria articolata in diverse anime, dove le cosiddette "toghe rosse" di Magistratura Democratica rappresentano storicamente meno del dieci per cento degli iscritti, mentre la corrente di destra, Magistratura Indipendente, si attesta intorno al venticinque per cento. Anche a voler ampliare il campo al centrosinistra giudiziario in senso lato, includendo correnti come Unicost e Area, le maggioranze interne sono sempre state il frutto di negoziazioni complesse, non di un'egemonia monolitica. Questo solo dato dovrebbe far riflettere sulla retorica, assai diffusa, di una magistratura in mano ai "comunisti".
Le correnti, con tutti i loro difetti, svolgono una funzione che raramente viene riconosciuta nel dibattito pubblico, quella di checks and balances interni alla categoria. Un magistrato che ambisce a un ruolo nel CSM deve prima convincere una corrente, poi trovare alleanze con altre. Questo meccanismo è farraginoso e opaco, ma impone un confronto collettivo che il sorteggio puro elimina del tutto. Il magistrato estratto dal mucchio non risponde a nessuna corrente, ma non risponde nemmeno a nessun corpo collettivo. È solo, e proprio per questo risulta potenzialmente più esposto alla pressione individuale della politica, non meno. Il paradosso è compiuto, e la riforma rischia di produrre l'effetto opposto a quello dichiarato.
A questo si aggiunge un'asimmetria difficile da giustificare sul piano della coerenza logica. Il sorteggio viene applicato esclusivamente alla componente togata, lasciando invariato il meccanismo di elezione parlamentare per la componente laica. Se il problema dichiarato è l'influenza della politica sulla magistratura, il vettore principale di quella influenza è proprio la componente laica, nominata dal Parlamento. Non toccarla non è solo una lacuna, è una scelta. Agire solo sulla parte togata senza intervenire su quella laica rende la riforma non solo insufficiente ma controproducente. Sarebbe bastato estendere il sorteggio anche alla componente laica per rendere il disegno complessivo almeno formalmente coerente.

Ma veniamo all'Alta Corte Disciplinare... 
La "lunga mano" della politica si manifesta in modo ancora più subdolo nell'Alta Corte Disciplinare, introdotta dall'articolo 4 della riforma Nordio attraverso la modifica dell'articolo 105 della Costituzione. La riforma ne stabilisce la composizione in quindici membri, di cui un terzo laici, ovvero tre nominati dal Parlamento e tre dal Presidente della Repubblica, e due terzi togati, ovvero nove magistrati estratti a sorte. In apparenza, la maggioranza togata sembrerebbe garantire l'indipendenza della Corte dalla politica.
Il diavolo, come spesso accade, si nasconde nei dettagli. L'ultimo comma dell'articolo 4 demanda a una semplice legge ordinaria la disciplina del funzionamento dei Collegi giudicanti interni alla Corte, con l'unico vincolo della loro "rappresentatività". Questo significa che un qualsiasi Governo può modificare la composizione di questi Collegi quando e come vuole, anche attraverso un decreto-legge, che produce effetti immediati e li mantiene anche qualora non venisse convertito in legge entro i sessanta giorni previsti. È sufficiente costruire un Collegio con una maggioranza relativa di componenti laici, mantenendo formalmente "rappresentata" la parte togata, per ribaltare gli equilibri senza toccare la Costituzione. La garanzia dell'indipendenza, apparentemente inscritta nel testo costituzionale, viene così svuotata a livello ordinario, in modo silenzioso e perfettamente legale.

Concludo con una riflessione finale...questa riforma, pur condivisibile nello spirito generale e nell'intenzione dichiarata di ridurre l'influenza correntizia sulla magistratura, non è accettabile per il modo in cui è stata costruita e approvata [in soli tre mesi]. La blindatura degli emendamenti hanno impedito quel confronto parlamentare serio che una modifica costituzionale richiederebbe per definizione.
Ritengo pertanto più logico, e necessario per una corretta profilassi democratica, votare NO al referendum e avviare un percorso parlamentare autentico. È però doveroso essere onesti su questo punto. Un tale percorso è realistico solo se chi vota NO è in grado di indicare un'alternativa credibile e già in cantiere, e non semplicemente di tornare allo status quo ante, che aveva le proprie criticità ben note. Il NO ha senso se è l'inizio di qualcosa, non la fine di tutto.

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