DIALOGO DI DUE FETI SULL'ALDILÀ
C'è una storia che spesso viene raccontata per invitare alla riflessione e parla di due bambini che si trovano ancora nel grembo della madre e iniziano a dialogare sul loro futuro immediato. Uno dei due chiede all'altro se crede nella vita dopo il parto e l'altro risponde con convinzione che deve esserci qualcosa oltre quel mondo liquido e ristretto perché altrimenti non avrebbe senso tutta quella preparazione. Il primo però obietta dicendo che è impossibile immaginare una vita diversa da quella che stanno conducendo lì dentro e chiede come potrebbero camminare con le gambe o mangiare con la bocca quando ora dipendono totalmente dal cordone ombelicale per nutrirsi. La risposta del credente è piena di speranza perché suggerisce che la vita là fuori potrebbe essere completamente diversa da quella conosciuta nel buio del grembo materno. Sorge allora un dubbio forte nel gemello scettico che chiede come sia possibile che nessuno sia mai tornato indietro a raccontare com'è la vita dopo il parto e sostiene che dopo non c'è nulla se non buio e silenzio. Qui il discorso si fa più sottile e spirituale perché il primo introduce la figura della madre dicendo che probabilmente la incontreranno e lei si prenderà cura di loro. Lo scettico ride di questa idea chiedendo dove sia adesso questa madre e poiché non la vede conclude che non possa esistere. La replica finale è quella che lascia il segno perché afferma che la madre è intorno a loro e loro sono parte di lei e senza di lei quel mondo non potrebbe esistere e aggiunge che basta restare in silenzio e ascoltare davvero per sentirne la presenza. Questa parabola è uno specchio potente per chi si interroga sull'esistenza di Dio e ci invita a riflettere sui limiti della nostra percezione attuale. Spesso ragioniamo come il gemello scettico perché crediamo solo a ciò che possiamo toccare o vedere con i sensi che abbiamo oggi e troviamo assurdo pensare a una realtà trascendente che non rientra nelle nostre categorie logiche attuali. Immaginare una vita dopo la morte o una presenza divina è come immaginare per un feto di camminare sotto il sole e respirare aria con i polmoni invece di liquido. La fede non è cieca ma è una visione ampliata che supera i confini del grembo in cui ci troviamo a vivere temporaneamente. La madre della storia rappresenta quel divino che ci avvolge e ci sostiene anche quando non abbiamo la capacità di comprenderlo pienamente con la ragione. Viviamo immersi in questa presenza come il bambino nel grembo e la nostra incapacità di vederla non ne nega l'esistenza ma segnala solo il nostro stadio attuale di sviluppo spirituale. Il silenzio diventa quindi la chiave per percepire questa verità perché nel rumore delle certezze materiali si perde la voce sottile che ci parla di un oltre. Quando pensiamo che tutto finisca con il buio finale stiamo dimenticando che la nascita è sempre un passaggio verso una forma di vita più completa e non una fine. Questa storia ci ricorda di mantenere il cuore aperto e di non chiudere le porte davanti a misteri che la nostra mente limitata non può ancora afferrare completamente. Forse siamo proprio come quei bambini che discutono animatamente mentre sono cullati da un amore infinito che aspetta solo il momento giusto per accoglierli alla luce.
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