I SIGNOR-SÌ E I NO-SIGNORE
Ho visto qualcosa di profondamente saggio nel modo in cui gli italiani hanno detto NO alla riforma costituzionale della Giustizia, e chi non lo capisce probabilmente non ha letto il testo della riforma, cosa peraltro comprensibilissima perché era scritto in quel linguaggio tecnico-giuridico che sembra progettato apposta per scoraggiare la lettura. Ma andiamo con ordine. La proposta di riforma non era, come i suoi sostenitori amavano dipingerla, una semplice e innocua modernizzazione del sistema giudiziario. Era un intervento strutturale sull'indipendenza della magistratura, su quegli equilibri delicatissimi che i padri costituenti avevano costruito con una cura certosina dopo vent'anni di fascismo, dopo aver visto con i propri occhi cosa succede quando la politica mette le mani sulla giustizia. E gli italiani, che pure vengono accusati di smemoratezza storica, questa lezione l'hanno ricordata benissimo. Dire NO a quella riforma non era dire NO al cambiamento in sé, era dire NO a quel cambiamento, a quel modo, in quel momento, proposto da quelle forze politiche con quegli interessi. Perché il problema della Giustizia italiana esiste, nessuno lo nega, ma la soluzione non può essere indebolire i meccanismi di controllo reciproco tra i poteri dello Stato. Quella non è una cura, è una diagnosi sbagliata che porta a una terapia peggiore della malattia. Un sistema giudiziario lento ha bisogno di più risorse, di più personale, di digitalizzazione, di riforme procedurali serie, non di una magistratura più dipendente dalle logiche partitiche e dall'umore del governo di turno. Il NO, in questo senso, era la risposta più intelligente e più costituzionalmente matura che si potesse dare, e lo dimostra il fatto che tra i contrari alla riforma si trovavano giuristi, costituzionalisti, accademici di lungo corso, gente che la Costituzione l'ha studiata, insegnata, difesa per decenni, non per partito preso ma per profonda convinzione civile. C'è poi un argomento che spesso viene trascurato nel dibattito post-referendario e che invece merita di essere detto chiaramente. L'indipendenza della magistratura non è un privilegio corporativo dei magistrati, è una garanzia per i cittadini. È quella cosa per cui, se domani il potere politico ti perseguita, tu puoi ancora sperare in un giudice che non deve rispondere a nessun ministro, a nessun partito, a nessuna logica di convenienza. È scomodo, certo, soprattutto per chi sta al governo e vorrebbe che le inchieste giudiziarie seguissero calendari più accomodanti, ma è esattamente quella scomodità a renderlo prezioso. Il NO, dunque, non è stato il trionfo dell'inerzia o della pigrizia civica. È stato il trionfo di una consapevolezza silenziosa ma solida, quella di un popolo che, al netto di tutto il cinismo e la diffidenza che lo caratterizzano, quando si tratta di toccare le fondamenta della democrazia, preferisce fermarsi, guardarsi intorno, e dire, con tutta la calma e la fermezza del caso, no, grazie, queste fondamenta le lasciamo dove sono.
E qui vale la pena aprire un capitolo a parte, quello dei Signor-Sì e dei No-Signore, perché questa storia, come quasi tutte le storie referendarie, non è solo una storia di idee, è una storia di caratteri umani. Il Signor-Sì è una figura che conosciamo bene, è quella persona che arriva al seggio con la stessa espressione con cui arriva a una riunione aziendale in cui il capo ha già deciso tutto, ovvero un'espressione vagamente sonnambula e pervasa da un senso di inevitabilità cosmica. Il Signor-Sì non ha letto la riforma, ha letto al massimo il titolo, e forse nemmeno quello per intero. Sa però con certezza assoluta che il suo partito ha detto SÌ, che il suo leader ha detto SÌ, che il capogruppo ha detto SÌ, e che quindi lui dirà SÌ, perché la coerenza con la tribù è una forma di conforto potente, quasi tribale, che risparmia la fatica tremendamente sottovalutata di pensare con la propria testa. Il No-Signore è un animale completamente diverso, e il trattino nel mezzo del suo nome non è un vezzo grafico ma una dichiarazione di indipendenza. Il No-Signore ha letto, ha ascoltato, ha discusso con l'amico avvocato, ha litigato con il cognato al pranzo della domenica, ha tenuto aperto il browser con quindici schede contemporaneamente su altrettanti articoli di giurisprudenza costituzionale, e alla fine, dopo tutto questo percorso tortuoso e faticoso e meravigliosamente umano, è arrivato alla sua conclusione da solo, senza che nessun segretario di partito gliela recapitasse già confezionata in una nota stampa. E quella conclusione era NO. C'è una differenza abissale, quasi morale, tra questi due tipi di votanti, e non riguarda il merito della scelta ma il metodo con cui ci si arriva. La democrazia non è un sistema che funziona grazie ai Signor-Sì, i quali, va detto con tutta la compassione del caso, potrebbero essere sostituiti da un algoritmo senza che nessuno se ne accorgesse. La democrazia funziona grazie ai No-Signore, a quelli che si fermano, che dubitano, che fanno domande scomode, che non si fidano della risposta preconfezionata, che preferiscono sbagliare da soli piuttosto che aver ragione per obbedienza. Il NO a quella riforma è stato, prima di tutto, questo. Non una risposta politica, ma un atto di sovranità personale, il gesto antico e nobilissimo di chi entra in una cabina elettorale, si guarda intorno, e ricorda, magari per un solo, fulmineo istante, che lì dentro è finalmente solo con se stesso e con la propria coscienza, senza capigruppo, senza segreterie, senza fedelissimi e senza correnti. E in quell'istante, qualcosa di meraviglioso è successo.
Qualcuno ha detto NO.
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