IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO
C'è una domanda che nessuno vuole fare ad alta voce, e già questo la dice lunga. Chi decide quale dittatore è frequentabile e quale no? In base a quali criteri si stabilisce che un regime è abbattibile e un altro è un interlocutore con cui sedersi a cena e firmare accordi? La risposta esiste, è nota a tutti, ed è talmente imbarazzante da non poter essere pronunciata in nessuna sede istituzionale senza provocare un silenzio di tomba. La risposta è questa. Lo decidono gli interessi. Non i valori, non il diritto internazionale, non la tutela dei civili. Gli interessi energetici, commerciali, geopolitici. Tutto il resto è scenografia.
Partiamo da un dato storico che dovrebbe imbarazzarci molto più di quanto non faccia. Hitler e Mussolini non furono combattuti quando introducevano le leggi razziali o costruivano i campi di concentramento. Furono combattuti dopo, molto dopo, quando aggredirono altri Paesi e minacciarono direttamente gli interessi delle democrazie occidentali. Prima si partecipava alle loro Olimpiadi, si cercava l'appeasement, si guardava dall'altra parte con la consolante certezza che in fondo erano fatti loro. Il mondo democratico non attaccò i regimi fascisti per difendere i valori. Li attaccò per difendere se stesso. Questa distinzione non è un dettaglio, è tutto.
Oggi la storia si ripete con una coerenza che sarebbe ammirevole se non fosse raccapricciante. L'Arabia Saudita, che decapita i dissidenti nelle piazze e ha scatenato una guerra in Yemen con un bilancio di vittime civili da brivido, è un alleato strategico imprescindibile. L'Egitto di Al-Sisi, che ha rovesciato un governo democraticamente eletto e ha trasformato le proprie prigioni in un campionario dell'orrore, è un interlocutore affidabile. La Turchia di Erdogan, che ha smantellato metodicamente l'indipendenza della magistratura e perseguitato giornalisti e minoranze, è un membro della NATO che siede al tavolo delle democrazie. E nessuno rimette in discussione quegli accordi, quelle forniture di armi, quei summit sorridenti davanti alle telecamere.
Ma il caso che più di ogni altro espone la nudità imperiale di questa ipocrisia riguarda Israele. Non perché Israele sia un regime totalitario paragonabile all'Iran, cosa che sarebbe storicamente falsa, ma precisamente per la ragione opposta. Israele è una democrazia. Ha un parlamento, un'opposizione, una corte suprema, una stampa libera. Ed è esattamente questa circostanza a rendere quello che sta accadendo a Gaza moralmente intollerabile in un modo del tutto specifico. In una democrazia il popolo non è uno spettatore innocente della politica del proprio governo. Ne è il mandante. La responsabilità collettiva non è una punizione astratta, è la conseguenza logica del patto democratico. Se hai il potere di eleggere, hai anche la responsabilità di chi eleggi.
Qui sta la paradossale aggravante della democrazia che nessun commentatore liberale sembra disposto ad affrontare fino in fondo. Quando un dittatore ordina bombardamenti, la responsabilità morale è sua e del suo apparato. Il popolo che non ha eletto nessuno liberamente, che viene imprigionato se osa protestare, è una vittima del proprio regime. Ma quando una democrazia compie atti che il diritto internazionale definisce crimini di guerra, quella responsabilità si distribuisce lungo la catena del consenso e arriva fino al cittadino che ha votato, che non ha votato, che ha cambiato canale e ha continuato la propria vita normale.
E allora arriviamo al punto che dovrebbe far saltare sulla sedia chiunque creda ancora nel diritto internazionale come bussola morale. Netanyahu è formalmente incriminato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Eppure i governi occidentali continuano a rifornirlo di armi, a tutelarlo diplomaticamente, a porre veti alle risoluzioni ONU. Il diritto internazionale vale per Milosevic, vale per i dittatori africani, vale per chiunque non abbia alleanze strategiche abbastanza robuste da renderlo intoccabile. Per gli altri si trovano sempre delle sfumature.
Tajani, con quella candidezza involontaria che ogni tanto produce momenti di sincerità nella politica italiana, ha detto ad alta voce quello che tutti pensano sottovoce, e cioè che il diritto internazionale vale fino a un certo punto. È la frase più onesta che si potesse pronunciare, ed è anche l'epitaffio perfetto dell'ordine liberale costruito dopo il 1945. Un diritto che vale fino a un certo punto non è un diritto. È un'opzione che si esercita quando conviene e si sospende quando non conviene. È arbitrio travestito da principio.
La domanda vera non è se fare o meno diplomazia con i regimi autoritari. La diplomazia è uno strumento, non un valore. La domanda è se siamo disposti ad applicare i principi che dichiariamo in modo universale, sapendo che questo ci costerà qualcosa. Ma nel mondo in cui viviamo si critica la vaghezza diplomatica dell'opposizione mentre si firmano contratti di fornitura di armi a chi il diritto internazionale lo calpesta ogni giorno. Si agita la bandiera dei valori mentre si stringe la mano a chi quei valori li seppellisce in prigione. E poi ci si sorprende che la credibilità dell'Occidente nel Sud globale sia quella di chi predica bene e razzola malissimo. Non ci si dovrebbe sorprendere. Ci si dovrebbe vergognare. Ma la vergogna richiede una coerenza tra valori dichiarati e comportamenti reali che evidentemente nessuno è ancora disposto a pagare.
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