IL CAVALLO DI PALAMARA


Avete presente il caso Palamara? Da lì è partita l'idea di usare il sorteggio per scegliere i membri togati del CSM, un modo, nelle intenzioni, per azzerare le correnti e ripulire il sistema. Sulla carta suona bene, ma se ci ragioniamo un attimo emergono contraddizioni che vale la pena affrontare con onestà, da entrambi i lati.

Chi critica il sorteggio sostiene che nel vecchio sistema esistesse almeno un confronto, una mediazione, una responsabilità verso un gruppo. Ed è un argomento che merita di essere preso sul serio, perché l'ANM non è un monolite. Al suo interno convivono correnti di orientamento anche opposto, da Magistratura Democratica a Magistratura Indipendente. Palamara non parlava a nome di tutti. E questo pluralismo non è un dettaglio trascurabile. Se un magistrato o un gruppo si avvicina troppo a una parte politica, le altre correnti hanno tutto l'interesse a denunciarlo, ostacolarlo, renderlo visibile. Una forma di bilanciamento reale, che il sistema elettivo, almeno in teoria, incorporava.

Eppure qualcosa non ha funzionato. Il motivo, probabilmente, non sta nel pluralismo in sé, che portava con sé una competizione genuina, ma nella sua degenerazione lottizzatoria. Il momento in cui le correnti smettono di competere e iniziano a spartirsi. Quando avviene quella trasformazione, il filtro reciproco si spegne. Non conviene più denunciare l'altro perché si è tutti parte dello stesso accordo. È esattamente lì che il sistema ha ceduto.

Il problema, quindi, non sono le correnti in quanto tali, ma la loro capacità di cartellizzarsi. Ed è qui che il sorteggio torna in campo, non come alternativa al pluralismo, ma come strumento per spezzare quella logica di spartizione, per rendere impossibile trasformare le idee in moneta di scambio.

Resta però un'obiezione...il CSM non è un'aula di tribunale. Richiede capacità di governo, mediazione, visione d'insieme. Il sorteggio puro non garantisce nulla di tutto questo. Una via percorribile potrebbe essere il sorteggio tra idonei, con una soglia di accesso basata su requisiti minimi, che preservi la casualità anti-correntizia senza rinunciare del tutto alla competenza.

Ma c'è un'altra contraddizione, forse ancora più tagliente, che la riforma non affronta. Perché il sorteggio si applica solo alla componente togata e non a quella laica? I membri laici del CSM sono scelti direttamente dal Parlamento e sono, per definizione, espressione di una logica partitica. Sorteggiare i togati per sottrarli alle correnti, e poi affiancarli a laici nominati dai partiti, significa sigillare una porta e lasciare l'altra spalancata. Con un rischio specifico. Un togato estratto a sorte, privo di una rete di appartenenza, potrebbe risultare più permeabile all'influenza dei laici, che quella rete ce l'hanno, solida, e sanno come usarla. Se la coerenza della riforma fosse stata vera, il principio del sorteggio avrebbe dovuto valere per l'intero organo. Così com'è, il sospetto è che la selettività non sia casuale, che serva più a indebolire l'autonomia della componente togata che a rafforzare l'indipendenza complessiva del CSM, spostando l'equilibrio di potere a favore di chi, la politica, continua indisturbata a nominare i suoi.

Il vero nodo, in fondo, resta uno solo. Chi controlla i controllori? Qualunque meccanismo di selezione è vulnerabile se mancano trasparenza, incompatibilità stringenti e sanzioni reali. Eliminare le correnti è giusto e necessario. Ma la domanda da porsi non è se sia meglio un confronto trasparente o affidarsi al caso, é se esistano oggi le condizioni per rendere davvero trasparente quel confronto. Se la risposta è no, e gli ultimi anni suggeriscono che lo sia, allora il sorteggio non è la soluzione ideale. Potrebbe però essere, nell'attesa di condizioni migliori, la meno peggio. Ma solo se applicato con coerenza. Altrimenti è semplicemente un'altra forma di politica, travestita da neutralità.

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