IN THEIR SHOES

Mi sono chiesto cosa avrei pensato se fosse successo a me. Se fossi stato uno di quei bambini cresciuti lontano dal mondo, senza scuola, senza compagni, senza quella rete di esperienze e conoscenze che non è un lusso ma la materia di cui è fatta una persona libera. Sono arrivato ogni volta alla stessa risposta, scomoda e necessaria. Avrei ringraziato chi avesse avuto il coraggio di allontanarmi dai miei genitori, consapevole di infliggermi un dolore iniziale ma necessario.

Stando a quanto raccontano i media, la madre ha rifiutato con costanza ogni proposta di mediazione, dalla visita pediatrica alla vaccinazione, dalla scuola al semplice contatto con altri bambini. Non era una famiglia che aveva scelto uno stile di vita alternativo restando aperta al dialogo...era una chiusura sistematica. E questo non è un dettaglio secondario, è la sostanza del problema. Una visita pediatrica non è un'invasione culturale, la scuola non è un tentativo di omologazione, è la porta attraverso cui un bambino scopre che esiste qualcosa al di là di ciò che i genitori gli raccontano.

C'è un paradosso che vale la pena nominare. Solo chi ha ricevuto gli strumenti per capire il mondo è in grado di misurare quanto quegli strumenti siano preziosi. Un bambino cresciuto nell'isolamento non sa cosa gli manca e non può desiderare qualcosa che non ha mai intravisto. Il suo silenzio non è una garanzia, è spesso il segnale più inquietante di tutti. Aspettare la maggiore età sarebbe stato condannare quei bambini senza pronunciare la sentenza, perché le finestre di apprendimento si chiudono e il tempo che passa non torna indietro.

La decisione del giudice è stata sofferta e meditata, non facile né inconsapevole del dolore che comportava. Sarebbe stato più comodo rimandare, per tutti, tranne che per i bambini. La decisione di non decidere è comunque una decisione. E quella scelta avrebbe favorito tutti gli adulti tranne quelli che contavano di più. Il giudice ha fatto la cosa difficile. Le cose difficili, quando sono giuste, meritano di essere difese anche quando fanno rumore. La vera crudeltà non è nell'allontanamento, è nell'inerzia, nel voltarsi dall'altra parte, nel preferire la pace di una decisione non presa al coraggio di una decisione giusta.

C'è però chi ritiene che provvedimenti così estremi debbano essere riservati esclusivamente ai casi di maltrattamento fisico o psicologico tale da porre in serio pericolo di vita il minore, e che in tutti gli altri casi gli operatori debbano limitarsi ad affiancare la famiglia. È una posizione comprensibile, e il principio di cautela nell'uso degli strumenti più invasivi è sacrosanto. Ma c'è un passaggio di questo ragionamento che non regge.

Il fatto che questa opinione sia condivisa dalla stragrande maggioranza delle persone non la rende più vera, né più ragionevole. La storia è piena di maggioranze che avevano torto, e il consenso popolare è un criterio democratico prezioso in molti ambiti, ma non è uno strumento di analisi giuridica o clinica. Quando si parla di tutela dei minori, il metro non può essere il sentiment diffuso, quello stesso sentiment che si forma guardando un servizio al telegiornale, commentando al bar e dimenticando tutto il giorno dopo.

Queste sono materie trattate da professionisti che ci hanno dedicato anni di studio e di pratica, psicologi, assistenti sociali, pediatri, e valutate da giudici appositamente formati, con esperienza specifica nel settore. Giudici che, prima di firmare un provvedimento di allontanamento, conoscono tutto il film, non un fotogramma. Conoscono la storia della famiglia, i tentativi di mediazione andati a vuoto, le valutazioni cliniche, le segnalazioni accumulate nel tempo. Chi esprime un giudizio sulla base di quanto trapelato sui media sta guardando una fotografia sfocata e parziale, e pretende di correggere chi ha visto il girato completo.

Il dibattito sulle norme è legittimo e necessario, e se le leggi attuali lasciano troppo spazio alla discrezionalità individuale del giudice, una maggiore chiarezza legislativa sarebbe nell'interesse di tutti. Ma questo confronto va fatto nelle sedi appropriate, con gli strumenti appropriati, non alimentando la diffidenza verso chi ha la responsabilità e la competenza di decidere. Perché sfiduciare chi decide non protegge i bambini...li lascia soli.


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