LA GATTA FRETTOLOSA E I MICI CIECHI
Immaginate di essere indagati per qualcosa. Non importa se a torto o a ragione. Dal momento in cui il pubblico ministero apre un fascicolo sul vostro conto, inizia una fase in cui lui raccoglie prove, interroga testimoni, acquisisce dati dal vostro telefono e dal vostro cloud. Voi, in questa fase, sapete poco o nulla. Il vostro avvocato può fare ancora meno. È così che funziona oggi il processo penale italiano nella fase delle indagini preliminari, dove spesso il destino di un processo si decide prima ancora che cominci.
Che la giustizia abbia bisogno di una riforma è fuori discussione. Ma se si mette mano a uno dei pilastri della democrazia, come l'indipendenza della magistratura, quel lavoro deve seguire un percorso parlamentare serio e approfondito. Questa riforma è stata approvata blindando gli emendamenti e chiudendo il dibattito in tre mesi. TRE...
Un tempo incompatibile con la complessità della materia e con il rispetto che una modifica costituzionale dovrebbe imporre a chiunque la proponga.
La fretta non è un dettaglio procedurale...è un segnale. Una riforma scritta velocemente e con una forte carica ideologica, tanto che chi fa campagna per il sì ricorre spesso ad argomenti che con il testo della riforma non c'entrano nulla, non ispira la fiducia che un intervento del genere richiederebbe. E quando manca la fiducia nel metodo, è lecito dubitare anche delle intenzioni.
Il merito, a questo punto, non rassicura di più. Separare le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici ha in sé una logica condivisibile. Un giudice che non ha mai fatto il PM, che non condivide ambienti e cultura professionale con chi accusa, è tendenzialmente un giudice più indipendente. Il problema è che questa riforma non si ferma a questo obiettivo. Rafforza il pubblico ministero sul piano costituzionale, gli attribuisce un corpo autonomo e una nuova legittimazione, ma non cambia le regole con cui le prove vengono raccolte. Il PM continua a lavorare nell'ombra della fase investigativa, la difesa continua ad arrivare tardi, e il giudice, per quanto distante dall'accusa, si trova a decidere sulla base di un materiale costruito da una parte sola.
È qui che emerge la figura che Alexandre Dumas aveva già immaginato due secoli fa. Il Gérard de Villefort del Conte di Montecristo, il magistrato la cui carriera dipende dai processi vinti, che nella stessa logica dell'ambizione non tiene conto delle prove favorevoli all'accusato. Edmond Dantès paga per questo. Con questa riforma, un PM ambizioso e senza scrupoli non potrà essere previsto, ma nemmeno adeguatamente arginato. Gli si consegna invece una struttura costituzionale che ne amplifica il potere senza costruire contrappesi reali.
Nell'era digitale questo rischio diventa ancora più concreto. Le prove decisive vivono negli smartphone, nei cloud, nelle comunicazioni private. Quando gli inquirenti sequestrano un telefono ed estraggono i dati, l'indagato e il suo avvocato spesso lo scoprono molto dopo, quando contestare quelle prove è già complicato o impossibile. È un potere enorme, esercitato senza che la controparte possa dire la sua in tempo reale.
A rendere il quadro ancora più fragile è la mancanza di un solido lucchetto costituzionale a garanzia dell'indipendenza della magistratura dal potere politico. Se la volontà fosse stata davvero quella di sottrarre i magistrati all'influenza della politica, il sorteggio sarebbe stato esteso anche alla componente laica del nuovo organo di autogoverno, e la composizione dei collegi dell'Alta Corte Disciplinare sarebbe stata definita in modo esplicito e proporzionale nella Costituzione stessa, invece di affidarla alla vaga nozione di rappresentatività, traducibile poi con una semplice legge ordinaria. Quella legge la scriverà la maggioranza di turno. È una porta lasciata aperta e non per dimenticanza.
C'è poi una alternativa che questa riforma non ha nemmeno considerato. Un CSM unico per giudici e pubblici ministeri, che valuti il comportamento di entrambi anche dal punto di vista della controparte, sarebbe stato uno strumento molto più efficace per limitare gli abusi. Due organi separati, ciascuno orientato a valutare i propri in base alle cause vinte, non producono equilibrio. Producono due corporazioni parallele, ciascuna con i propri incentivi e le proprie logiche di autoconservazione.
Votare no non significa difendere lo stato delle cose. Significa rifiutare una riforma sbagliata nel metodo, affrettata nei tempi e pericolosa negli effetti, e chiedere che si torni in Parlamento per fare quel lavoro con la profondità e la responsabilità che la Costituzione merita.
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