LA MALEDIZIONE DEI TRE GIORNI



C'è un'illusione ricorrente nella storia dei conflitti armati, e consiste nel credere che la guerra obbedisca ai calendari di chi la dichiara. Putin, nel febbraio del 2022, immaginava un'operazione fulminea destinata a concludersi prima che il mondo avesse il tempo di reagire. Trump, affrontando il dossier iraniano, ha più volte lasciato intendere che basterebbero pochi giorni per piegare una nazione di novanta milioni di persone con tremila anni di storia alle spalle. In entrambi i casi, il numero tre ricorre con una frequenza che sarebbe comica se le conseguenze non fossero tragiche.

Questa distorsione del giudizio non è un fenomeno nuovo né accidentale. È invece il prodotto prevedibile di una certa forma di potere assoluto, che tende a sostituire la valutazione realistica con la volontà come strumento di analisi. Chi comanda senza essere contraddetto finisce per confondere la propria determinazione con la capitolazione dell'avversario, come se la forza morale di una decisione potesse abbreviare la resistenza di un popolo o la complessità di una guerra.

La storia militare è disseminata di questo errore. Gli stati maggiori che promettevano vittorie rapide hanno quasi sempre consegnato ai propri governi conflitti lunghi e logoranti. La variabile che nessun piano di tre giorni riesce a incorporare è la risposta umana all'invasione, che raramente segue le aspettative dell'aggressore e quasi sempre le supera in intensità e durata.

Quello che accomuna Putin e Trump, al di là delle differenze di stile e contesto, è una profonda sottovalutazione dell'alterità, ovvero dell'idea che l'altro, il nemico, il paese da piegare, abbia una propria logica, una propria capacità di adattamento, una propria volontà di sopravvivere che non dipende dai tempi stabiliti altrove. È forse questo il limite più grave di chi pianifica una guerra guardando il proprio orologio invece di studiare il terreno.

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