NEL NOME DI DONALD
Donald Trump vuole partecipare alla scelta della prossima Guida Suprema dell'Iran...
Ora prenditi un momento. Respira. Guarda fuori dalla finestra.
Ora torna qui e accetta che questa frase è reale, è accaduta, ed è stata pronunciata da un essere umano in carne e ossa che ogni mattina si sveglia nella Casa Bianca, l'edificio più sorvegliato del pianeta, e decide le sorti di trecento milioni di persone e, per estensione, un po' le sorti di tutti noi.
Benvenuti nel presente.
Per apprezzare la profondità del grottesco bisogna fare un passo indietro.
L'Iran è una teocrazia. Non una di quelle teocrazie vaghe e metaforiche in cui i politici citano Dio nei discorsi elettorali. Una teocrazia vera. Il potere discende da Dio, attraverso il Velayat-e Faqih, incarnato in un giurista islamico che ha passato cinquant'anni a studiare testi religiosi in lingue che Trump non sa esistano. La successione è gestita da un'Assemblea degli Esperti, chierici, teologi, uomini che hanno dedicato l'esistenza alla dottrina sciita.
È un sistema costruito appositamente per escludere chiunque non abbia trascorso decenni in preghiera e studio del diritto religioso.
Trump si è laureato in economia alla Wharton con voti che non ha mai mostrato a nessuno.
Eppure eccoci qui.
Nella cosmologia trumpiana il mondo è sempre stato semplice: tutto è un deal, ogni accordo ha un vincitore, e il vincitore è sempre lui. Governi, guerre, elezioni, santi, profeti, tutto riducibile a una trattativa con un'opzione di acquisto e una clausola di recesso.
Non c'è istituzione abbastanza antica, abbastanza sacra, abbastanza altra da essere fuori dalla sua giurisdizione mentale.
Vuole scegliere il rappresentante di Dio sulla Terra.
Non candidarsi. Non suggerire. Scegliere. Come si sceglie un general manager. Come si licenzia un collaboratore in diretta televisiva davanti a milioni di spettatori divertiti.
La cosa ha una sua logica interna, se ci pensi. È sempre stato così: prima i casinò, poi i reality, poi la presidenza, poi il mondo intero come quinta stagione di uno show che nessuno ha più il coraggio di cancellare.
E qui entra l'amarezza.
Non quella leggera, ironica, sopportabile. Quella che ti siede sullo stomaco alle tre di notte quando ci pensi davvero.
Perché non stiamo parlando di un pagliaccio in un paese qualunque. Stiamo parlando dell'uomo che controlla l'arsenale nucleare più grande del mondo. Che può alzare o abbassare i dazi e far tremare economie intere. Che può far muovere portaerei con un tweet scritto male. Che ha accesso a ogni leva di potere che la civiltà occidentale ha costruito in due secoli, istituzioni, alleanze, trattati, deterrenze, e le usa con la stessa cura con cui usa un sacchetto di patatine.
La Nazione più potente della storia umana.
Nelle mani di un uomo che vuole partecipare al casting della Guida Suprema iraniana.
Da qualche parte a Qom, un ayatollah anziano sta leggendo la notizia in silenzio.
Non prega. Non ride. Fissa il muro e si chiede, per la prima volta in vita sua, se per caso avesse torto sull'Occidente.
Non nel senso che si aspettava di meglio.
Nel senso che non si aspettava questo.
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