NESSUN GIUDICE A BERLINO
Siamo al terzo capitolo della trilogia dedicata alla riforma della giustizia proposta dal ministro Carlo Nordio. Dopo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e dopo lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, il punto decisivo diventa l’Alta Corte disciplinare. La domanda è semplice e antica, chi giudica il giudice.
Oggi la disciplina dei magistrati è gestita dentro il CSM attraverso una sezione prevista direttamente dalla Costituzione. Due terzi dei componenti sono magistrati togati e un terzo sono membri laici eletti dal Parlamento. Questo equilibrio serve a garantire che la politica sia presente ma non dominante quando si giudicano questioni tecniche e deontologiche.
La riforma introduce invece un’Alta Corte autonoma [art. 4] composta da quindici membri. Sei giudici e tre pubblici ministeri sorteggiati tra chi ha svolto funzioni di legittimità, quindi in sostanza provenienti dalla Corte di Cassazione, più tre membri nominati dal Presidente della Repubblica [che con lo STABILICUM potrebbe essere espressione diretta della maggioranza] e tre dal Parlamento. Già qui emerge una prima criticità. I togati possono essere scelti solo tra magistrati di vertice, lontani dalla realtà quotidiana dei tribunali.
La seconda criticità riguarda il funzionamento. L’Alta Corte non decide mai in seduta plenaria ma tramite collegi più piccoli la cui composizione è rimessa alla legge ordinaria. È garantita la presenza dei magistrati ma non la loro maggioranza. Questo significa che una maggioranza parlamentare potrebbe prevedere collegi con un solo togato e più membri laici, rendendo decisiva la componente politicamente nominata.
La terza criticità è l’assenza di un controllo esterno. Contro le decisioni dell’Alta Corte non è previsto ricorso alla Corte di Cassazione. L’appello si svolge sempre all’interno della stessa Corte. Manca quindi un giudice di legittimità realmente esterno.
Nel nuovo assetto l’Alta Corte valuta anche le gravi violazioni di legge commesse dal magistrato. Senza il vaglio della Cassazione diventa l’organo che decide in via definitiva quale interpretazione sia corretta. Un’eventuale interpretazione discutibile non potrebbe essere corretta da nessuno.
L’effetto complessivo è un sistema meno prevedibile. Se la composizione dei collegi può cambiare con una legge ordinaria, può cambiare anche l’equilibrio interno tra togati e laici. Lo stesso comportamento potrebbe essere giudicato in modo diverso a seconda della maggioranza del momento.
Il punto non riguarda una categoria professionale ma la garanzia dei cittadini. Se il giudice è esposto a un controllo disciplinare potenzialmente influenzabile dalla politica e privo di un controllo esterno, si indebolisce l’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Costituzione. E quando si indebolisce l’indipendenza del giudice, si indebolisce anche la tutela di chi davanti a quel giudice deve far valere i propri diritti.
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