PEARL HARBOUR


C'è un momento nel vertice tra Donald Trump e Sanae Takaichi che vale più di qualsiasi comunicato ufficiale...quando gli viene chiesto perché gli Stati Uniti non abbiano avvertito il Giappone degli attacchi all'Iran, Trump risponde evocando la "sorpresa" di Pearl Harbor. Segue un silenzio, poi si va avanti. Difficile dire se fosse intenzionale [forse era solo una battuta, forse un riflesso] ma in diplomazia l'effetto conta più dell'intenzione, e l'effetto è stato quello di un promemoria esplicito. Tra i due paesi l'asimmetria non è un'anomalia, è la struttura. Un'asimmetria costruita nel 1947, quando gli Stati Uniti scrissero l'Articolo 9 della Costituzione giapponese e consegnarono a Tokyo una pace che era anche una gabbia, niente esercito offensivo, niente proiezione militare, sicurezza affidata a Washington. Il risultato, ottant'anni dopo, è quasi grottesco... il Giappone dipende dallo Stretto di Hormuz per buona parte della propria energia, ma non ha gli strumenti costituzionali per difendere quelle rotte, né la libertà politica di costruirseli in autonomia. E quindi compra protezione con quello che ha [capitale, industria, presenza economica] offrendo 550 miliardi di dollari in investimenti americani come sostituto funzionale di ciò che non può essere: un alleato militarmente simmetrico. Washington accetta, perché nel suo calcolo geopolitico attuale contano più i flussi di capitale che le navi da guerra, ma la tensione resta irrisolta sotto la superficie, la garanzia di sicurezza americana copre il territorio giapponese, non necessariamente le sue arterie vitali. Il vertice non affronta questo nodo, lo formalizza, certificando che il Giappone può essere un alleato utile entro i limiti che altri hanno scritto per lui. E mentre i due leader si stringono la mano, lo Stretto di Hormuz resta parzialmente bloccato, le petroliere giapponesi continuano a non passarci, e chi ha costruito la prigione gestisce ancora l'ordine. Chi ci vive dentro, intanto, paga l'affitto.

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