LE IPOTESI DI MESSORI
Quando ho chiuso l’ultima pagina di "Ipotesi su Gesù", nel lontano 1982, non ho sentito il peso di una conclusione, ma l’inizio di un silenzio attivo. Era come se Vittorio Messori, con quella sua calma da giornalista abituato a verificare ogni affermazione, mi avesse consegnato non una risposta pronta, ma un metodo. Oggi, mentre ripenso alla sua figura e al libro che mi ha accompagnato, mi rendo conto di quanto quell’opera sia stata per me un ponte gettato tra il dubbio e la ricerca della verità.
Ricordo bene come, pagina dopo pagina, Messori smontasse con pazienza chirurgica le tre ipotesi che il Novecento aveva costruito attorno a Gesù...il mito, l’uomo eccezionale progressivamente divinizzato dai discepoli, e infine la proposta della Chiesa, che nei Vangeli legge testi teologici radicati in un nucleo storico inattaccabile. Ma non era il tono della confutazione a colpirmi, quanto l’onestà con cui affrontava i dettagli “scomodi”. Le genealogie imbarazzanti, le contraddizioni apparenti, i nomi e i luoghi che l’archeologia avrebbe poi confermato. Messori non mi chiedeva di credere a occhi chiusi. Mi invitava a guardare i fatti, a soppesare le fonti, a esercitare quel dubbio fecondo che è il primo passo di ogni conoscenza seria.
Ciò che mi è rimasto impresso è stato il suo rifiuto della predica in favore dell’inchiesta. Ha usato la filologia, la critica storica e, soprattutto, il buonsenso storiografico come strumenti di un dialogo possibile con chi, come me, cercava solide fondamenta prima di concedersi alla fede. La sua prosa, lineare e priva di retorica, ha fatto da trait d’union tra la mia formazione laica e una domanda che non riuscivo più a ignorare "chi è davvero Gesù?". Non l’ho incontrato come un apologeta, ma come un cronista della verità, che sapeva bene che la fede non teme la domanda, ma la ricerca.
Oggi, mentre commemoriamo Vittorio Messori, mi torna in mente il successo silenzioso ma capillare di quel libro tradotto in ventidue lingue, letto e apprezzato anche da Wojtyła quando ancora era arcivescovo di Cracovia, diventato un riferimento per intere generazioni che volevano uscire dalla contrapposizione sterile tra ragione e trascendenza. Messori ci ha dimostrato che si può essere scettici e insieme aperti al mistero, che l’intelligenza non è nemica della fede, ma sua alleata necessaria. Ci ha lasciato oggi, ma il suo metodo resta.
Riflettere oggi sulle sue "Ipotesi" è come ritrovare una bussola. In un’epoca che spesso confonde la certezza con la verità e il dubbio con l’indifferenza, Messori mi ha insegnato che la verità non si impone, si dimostra. E mentre giro le pagine ormai familiari del suo libro, sento che quel dialogo non è mai finito. È solo diventato, per me, un ricordo vivo.
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