NOI, BARABBA
C'è un momento del racconto della Passione che spesso passa in silenzio, quasi che la liturgia stessa abbassasse la voce per non disturbare qualcosa di troppo grande, e quel momento è questo... un uomo colpevole viene liberato e al suo posto, uno innocente viene condannato. Quell'uomo è Barabba, e la sua storia, poche righe nei Vangeli, quasi una nota a margine, contiene in realtà il nucleo più scandaloso e più bello di tutta la fede cristiana. Lui sa cosa ha fatto. Sa che merita la condanna, non ha argomenti da opporre, non ha difese da costruire, non ha una versione alternativa dei fatti da proporre alla folla. Ha solo la verità su se stesso, e quella verità lo schiaccia. Eppure accade qualcosa che nessuna logica umana sa spiegare fino in fondo, la folla urla il suo nome, ma non per condannarlo, per liberarlo. E lui esce, mentre Gesù entra nella sua condanna, e in questo scambio silenzioso si compie qualcosa che cambia la struttura stessa della realtà. Perché Barabba non è un personaggio secondario, non è il cattivo della storia che serve a far risaltare il buono. Barabba siamo noi, con tutto quello che questo comporta. Dentro ciascuno di noi esiste quella parte che si sente colpevole, sbagliata, insufficiente, quella voce interiore che conosce ogni caduta, ogni fragilità, ogni volta che avremmo potuto fare meglio e non l'abbiamo fatto, e che se fosse messa davanti alla verità piena di sé direbbe sottovoce, con una specie di rassegnazione dolente "io non merito di essere salvato" . È una voce che molti conoscono bene, anche se non la chiamano con questo nome, anche se la vestono di altre parole, inadeguatezza, vergogna, senso di non valere abbastanza, ma il contenuto è sempre lo stesso. La convinzione profonda che l'amore, quello vero, quello incondizionato, sia per gli altri, non per me. Ed è esattamente qui, in questo punto preciso, che il Vangelo del Venerdì Santo compie il suo capovolgimento più radicale, perché non dice che quella voce ha torto in modo astratto, non offre una rassicurazione psicologica, non propone un percorso di autostima spirituale. Dice qualcosa di molto più concreto e molto più sconvolgente, dice che siamo noi quelli che vengono liberati al posto Suo. Non perché lo meritiamo, non perché abbiamo fatto abbastanza, non perché la bilancia dei nostri meriti ha finalmente superato quella delle colpe, ma perché Lui ha scelto di mettersi al nostro posto, e quella scelta non chiede spiegazioni, non chiede che la si capisca fino in fondo, chiede solo, ed è già moltissimo, di essere ricevuta. E allora tutto ciò che pensavamo fosse un ostacolo si rivela qualcos'altro: la nostra vita con tutta la sua fatica, il dolore del corpo, le notti difficili, le relazioni spezzate, i fallimenti che non riusciamo a dimenticare, non è ciò che ci separa dall'amore di Dio, ma è esattamente il luogo in cui quell'amore è venuto a cercarci, il terreno preciso su cui si è abbassato, il peso specifico della nostra esistenza che ha scelto di portare. Noi siamo lì, al posto di Barabba, e le catene cadono e la porta si apre e mentre usciamo incrociamo lo sguardo di Gesù, e in quello sguardo non c'è rimprovero, non c'è delusione, non c'è la stanchezza sottile di chi ha già perdonato troppe volte e comincia a chiedersi se ne valga ancora la pena. C'è solo una cosa, detta senza parole, con la semplicità assoluta di chi non ha bisogno di convincere perché sa già "vai, sei libero, ti ho scelto io". Questo è il mistero del Venerdì Santo, non il dolore di una morte soltanto, non una storia di ingiustizia umana soltanto, ma lo scandalo, e la parola scandalo va presa nel senso più preciso, qualcosa che fa inciampare, che non si riesce ad aggirare, di un amore che non aspetta che tu sia pronto, che non calcola se ne vale la pena, che non tratta, che non aspetta il momento migliore. Che si mette semplicemente, e definitivamente, al posto tuo.
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