OPERAZIONE SOTTOVESTE

 
La USS Gerald Ford, gioiello da tredici miliardi di dollari della marina americana, capace di trasportare settantacinque aerei da combattimento, di proiettare potenza militare su qualsiasi angolo del pianeta, di far tremare i polsi a qualunque ammiraglio russo o cinese che la veda apparire all'orizzonte. Ebbene, questa meraviglia dell'ingegneria bellica, questa fortezza galleggiante che dovrebbe essere inaffondabile, invulnerabile, onnipotente, è stata messa in ginocchio da un'asciugatrice. Non da un missile ipersonico. Non da un sottomarino invisibile. Non da un attacco informatico orchestrato da qualche anonimo hacker di Pyongyang. Un'asciugatrice, nella lavanderia, come in un qualsiasi condominio di periferia dove il vicino del terzo piano dimentica i calzini nel cestello. E mentre i generali del Pentagono elaborano scenari da guerra stellare e i contractor della difesa incassano miliardi per sistemi d'arma che neanche capiscono del tutto, la vera minaccia alla prontezza operativa della flotta più potente del mondo porta l'etichetta di un elettrodomestico da centoventi euro. C'è dell'ironia, qui, ma è un'ironia feroce e istruttiva, perché ci costringe a guardare dentro la macchina da guerra moderna e a scoprire che il suo punto debole non è dove tutti pensano. Il punto debole è l'uomo. È sempre stato l'uomo. Solo che oggi l'uomo è cambiato, e nessuno sembra essersene accorto davvero, o almeno nessuno dei piani alti che contano. Perché il marinaio che nel 1944 attraversava l'Atlantico sapeva, nel profondo, che sarebbe stato irraggiungibile per mesi, che le lettere viaggiavano lente, che il mondo di casa era lontano come un sogno, e quella lontananza, per quanto dolorosa, per quanto crudele, creava una specie di corazza interiore, una rassegnazione attiva che oggi chiameremmo resilienza e che allora era semplicemente la condizione umana in guerra. Oggi no. Oggi il marinaio imbarcato sulla Gerald Ford può videochiamare sua figlia mentre cena, può seguire la partita della sua squadra in streaming, può litigare con sua moglie o il marito su WhatsApp alle tre di notte e poi svegliarsi alle sei per un turno di guardia con la testa ancora là, in quel salotto di casa che ha visto sullo schermo e che ora sente ancora più lontano di quanto non sarebbe stato senza lo schermo. Il cordone ombelicale digitale, insomma, ha abbattuto le distanze geografiche moltiplicando quelle psicologiche, perché non c'è niente di più logorante dell'essere ovunque e da nessuna parte allo stesso tempo, del vivere con un piede sulla tolda e l'altro perennemente infilato in una realtà parallela fatta di notifiche, di aggiornamenti, di vite degli altri che scorrono normali mentre tu sei a cinquemila chilometri da casa su un pezzo di ferro che sobbalza. E attenzione, perché qui bisogna essere onesti e non cedere alla tentazione romantica, le generazioni precedenti non erano psicologicamente più robuste perché avevano sviluppato chissà quale saggezza spartana. Erano semplicemente private di alternative. Il silenzio radiofonico non era una scelta, era una prigione, e quella prigione ha prodotto traumi silenziosi che si sono riversati in decenni di disagio non detto, di veterani che non riuscivano a raccontare, di famiglie che non capivano. Però, ed è un però che conta, quella privazione forzata aveva un effetto collaterale funzionale: tagliava il filo, e il taglio del filo, per quanto violento, permetteva alla mente di adattarsi alla realtà del dispiegamento invece di restare sospesa in un limbo tra due mondi. Oggi quel filo non si taglia mai, e la mente non si adatta mai del tutto, e il risultato è un esercito di individui tecnicamente addestratissimi e psicologicamente galleggianti, che funzionano benissimo finché tutto va bene e che mostrano crepe sottili, quasi invisibili, quando la fatica si accumula e la soglia di attenzione si abbassa, e allora succede che qualcuno non controlla l'asciugatrice come si dovrebbe, o trascura la valvola che andava sostituita, o compila il modulo di manutenzione con la testa ancora sulla videochiamata di un'ora prima. Non è negligenza nel senso classico del termine. È il prodotto fisiologico di un sistema che ha cambiato l'uomo senza cambiare il modo in cui lo gestisce. Perché le marine militari del mondo, e quella americana in testa, continuano a ragionare sulla prontezza operativa in termini di hardware, di missili, di tonnellaggio, di capacità di fuoco, quando la vera prontezza operativa si gioca su una variabile che non compare in nessun budget del Pentagono: quanto è riposata, focalizzata e mentalmente presente la persona che siede davanti al pannello di controllo. Su questo, la letteratura militare è in imbarazzante ritardo rispetto persino alla psicologia aziendale delle multinazionali civili, che almeno hanno capito da vent'anni che un dipendente esausto è un dipendente pericoloso, e che il benessere non è un optional sentimentale ma una voce del conto economico. Le marine, invece, ancora oggi tendono a trattare il supporto psicologico come una concessione alla debolezza, come un lusso post-moderno da somministrare a chi non regge, invece di riconoscerlo per quello che è: infrastruttura operativa, esattamente come i radar e le turbine. E dunque, la morale dell'asciugatrice non è che la Marina americana è inefficiente o che i suoi marinai sono scansafatiche, sarebbe una conclusione stupida e ingiusta. La morale è che i sistemi enormemente complessi si rompono nei punti che nessuno presidia perché sembrano troppo banali per meritare attenzione, e che la banalità del guasto è spesso inversamente proporzionale alla banalità delle sue conseguenze. E che la vera inespugnabilità di una forza militare, o di qualsiasi organizzazione umana ad alto rischio, non si misura in corazza d'acciaio, ma nella capacità di tenere integra la risorsa più preziosa e più fragile che ha a disposizione: quella che cammina, pensa, si stanca, si distrae, si preoccupa per i figli, litiga su WhatsApp e poi deve ricordarsi di controllare l'asciugatrice. Finché non ci si preoccuperà seriamente di quella risorsa, i tredici miliardi della Gerald Ford resteranno quello che sono...una fortezza con le finestre aperte.

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