SAN MARCO L'EXTRACOMUNITARIO
Eccola la grande festa dei patrioti di San Marco, quelli che il 25 aprile invece di ricordare la Liberazione preferiscono lustrarsi il leone alato e dimenticarsi che il loro santissimo patrono era un libico di Cirene, greco di madrelingua, ebreo di famiglia e africano di passaporto, altro che felpa della curva sud e spritz in Piazza Brà. Marco l’Evangelista non ha mai visto una gondola in vita sua e se sbarcasse oggi su un barcone sgangherato invece che in una teca trafugata nell’828 da due mercanti veneziani, che per frodare i doganieri egiziani gli avevano avvolto le ossa nel maiale, primo vero caso di traffico di migranti a marchio Serenissima, finirebbe fotosegnalato in hotspot e spedito dritto nel CPR in Albania con procedura accelerata, mentre i tutori dell’identità veneta brindano alla sua icona con birre artigianali e urlano “prima i nostri” contro gente che arriva dalle stesse coste da cui loro hanno rubato il santo. E intanto fanno finta di non sapere che la Repubblica di Venezia campava di levantini, greci, armeni, dalmati e ebrei. Che l’autarchia le avrebbe chiuso bottega in mezza giornata e che il 25 aprile festeggiano un rifugiato mediorientale usando il suo simbolo per respingere altri rifugiati mediorientali, con la stessa coerenza di un no-vax che invoca Ippocrate. E si scandalizzano se glielo fai notare, perché guai a ricordare che Paolo era turco, Agostino algerino, Nicola pure turco, e che i quattro evangelisti messi insieme non facevano un veneto nemmeno per sbaglio. Ma il paradosso piace, eccome se piace, perché permette di sentirsi eredi di una cristianità di santi erranti, mentre si chiudono i porti a chi errante lo è davvero. Così, se domani rimandassero indietro San Marco con un volo Frontex per Bengasi, Mestre perderebbe il patrono, Venezia la Basilica, il gonfalone diventerebbe un lenzuolo da stendere e i patrioti da tastiera resterebbero con un leone che ruggisce in copto da Tripoli, non da Treviso. Deliziosamente ipocriti e fieri di esserlo, con buona pace della storia che loro citano solo quando fa comodo.
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