SCRITTO SULLA LUNA
Quando ci chiediamo se una civiltà tecnologicamente avanzata abbia mai preceduto la nostra sulla Terra, commettiamo quasi sempre lo stesso errore. Cerchiamo le prove sbagliate. Cerchiamo pietre lavorate, strutture imponenti, manufatti metallici, dimenticando che la Terra è un pianeta vivo, e i pianeti vivi dimenticano. La tettonica cancella, l'erosione leviga, l'ossidazione dissolve, e ciò che rimane dopo qualche centinaio di milioni di anni è quasi nulla di riconoscibile. Eppure esistono marcatori più tenaci, alcuni dei quali la nostra stessa civiltà sta già imprimendo sulla crosta del pianeta senza nemmeno rendersene conto pienamente. La domanda non è tanto se li lasceremo, ma se qualcuno, un giorno lontanissimo, sarà in grado di leggerli. Una civiltà capace di tecnologie nucleari, e il nucleare sembra quasi un passaggio inevitabile, una soglia energetica che qualsiasi specie spaziale deve attraversare prima di poterla eventualmente superare, che lascia nel record geologico qualcosa di chimicamente anomalo. Non si tratta delle strutture fisiche dei depositi di scorie, che col tempo cederebbero anch'esse alla geologia, ma della firma isotopica che quell'attività imprime nei sedimenti su scala planetaria. Già oggi esiste uno strato riconoscibile in ogni angolo del mondo, nei fondali marini come nelle carote glaciali, che segna il picco degli esperimenti nucleari atmosferici degli anni Cinquanta. Un accumulo di plutonio-239 e altri isotopi artificiali depositati con una precisione stratigrafica tale da essere già utilizzato come marcatore ufficiale dell'inizio dell'Antropocene. È una firma piccola, discreta, ma inequivocabilmente non naturale, perché quei rapporti isotopici non esistono in natura in quelle proporzioni, e la natura non li avrebbe mai prodotti senza l'intervento di una mente capace di forzare la fisica del nucleo atomico. Il problema, tuttavia, è l'emivita. Il plutonio-239 decade in circa ventiquattromila anni, e dopo qualche milione di anni quella firma si dissolve nel rumore di fondo, lasciando forse qualche anomalia nei prodotti di decadimento, ma niente di immediatamente leggibile. Serve qualcosa di più persistente, e curiosamente lo stiamo già producendo in quantità industriali...la plastica. La microplastica si sta fossilizzando nei sedimenti marini in questo stesso momento, con una firma chimica che non ha precedenti nella storia del pianeta. Le catene polimeriche artificiali non esistevano prima di noi, e la loro presenza in uno strato geologico preciso sarebbe un segnale potenzialmente leggibile su scale temporali di milioni di anni, non eterno, ma straordinariamente più duraturo di quanto immaginiamo. Eppure anche questo ha i suoi limiti, perché la chimica organica, alla lunga, si degrada e si trasforma. Bisogna allora guardare altrove, verso marcatori che non dipendano dalla stabilità di una molecola o di un isotopo, ma da qualcosa di più profondo e radicato nella struttura stessa della vita. Le modificazioni genetiche, se introdotte in specie abbastanza diffuse e adattabili, potrebbero propagarsi evolutivamente per centinaia di milioni di anni, non nella loro forma originale, che l'evoluzione rimodellerebbe irriconoscibilmente, ma come anomalie filogenetiche inspiegabili, salti nella sequenza evolutiva che non troverebbero giustificazione nella storia naturale di quella specie. Sarebbe un marcatore quasi impossibile da decifrare, ma la sua anomalia potrebbe comunque emergere agli occhi di chi sapesse cercarla. Tutto questo, però, si scontra con un paradosso fondamentale...la Terra è il posto peggiore dove conservare memoria di sé stessa. Un pianeta geologicamente attivo è per definizione un pianeta che si riscrive continuamente, che subduce, erode, fonde e rideposita la propria crosta in cicli che durano centinaia di milioni di anni. Il marcatore davvero eterno, quello che sopravviverebbe su scale temporali miliardarie, non si trova sulla Terra, si trova fuori. La Luna non ha atmosfera, non ha erosione, non ha tettonica. Un oggetto posato sulla sua superficie oggi sarà riconoscibile tra un miliardo di anni esattamente com'è adesso, magari sepolto da qualche sottile strato di polvere cosmica, ma integro nella sua struttura. Lo stesso vale per Marte in misura minore, e in modo ancora più estremo per gli asteroidi. È un'ironia profonda...la civiltà che volesse davvero lasciare una traccia indelebile della propria esistenza non dovrebbe scrivere sulla Terra, ma nel silenzio immobile dei corpi celesti che le gravitano intorno. Perché sarebbe il mio posto extra planetario che una civiltà evoluta conquisterebbe. Forse è proprio per questo che non abbiamo ancora trovato nulla, perché non abbiamo ancora guardato nel posto giusto, o perché chi è venuto prima di noi, se mai è esistito, ha lasciato i suoi monumenti dove la geologia non può cancellarli, in attesa silenziosa di qualcuno abbastanza curioso da andarli a cercare.
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