SPERANDO IN FIBONACCI

Dunque, cari bustiners, è andata a finire come doveva andare a finire, ovvero malissimo, e chi non l'aveva previsto o è cieco oppure lavora alla FIGC, che poi è la stessa cosa. La Bosnia, la Bosnia, permettetemi di sottolinearlo con la stessa delicatezza con cui un maglio svizzero colpisce una noce, ci ha salutato e rimandato a casa, e non è che ci volesse Nostradamus per vederlo arrivare, bastava guardare gli ultimi tre anni di gestione tecnica con gli occhi aperti, cosa che evidentemente in federazione considerano un optional. Ora, io capisco la rabbia, la condivido, la trovo persino salutare, però bisogna anche essere onesti con sé stessi e ammettere che questa nazionale non è stata tradita da un episodio sfortunato o da un arbitro cornuto, no no, è stata costruita pezzo dopo pezzo come una bara svedese dell'Ikea, con le istruzioni sbagliate e qualche vite di troppo rimasta sul pavimento. Il problema non sono i giocatori che fanno le stories su Instagram, anche se francamente vedere un terzino in posa davanti allo specchio il giorno prima di una partita eliminatoria fa venire un nervoso cosmico, il problema è che nessuno gli ha mai spiegato cosa significa quella maglia, probabilmente perché chi avrebbe dovuto spiegarglielo era troppo impegnato a rinnovare il proprio contratto. La FIGC, istituzione gloriosa e impermeabile a qualsiasi forma di autocritica, funziona secondo un principio semplice e rodato. Le poltrone cambiano nome, gli occupanti no, e quando proprio non si può fare a meno di cambiare qualcosa si cambia il commissario tecnico come si cambia la carta da parati in un appartamento che sta crollando, convinti che il problema sia estetico. E intanto la Francia forma campioni del mondo nei suoi centri federali, la Spagna ha un'idea di gioco riconoscibile da quarant'anni, la Germania ha rifatto completamente il sistema dei vivai dopo il disastro degli anni Duemila e noi? Noi abbiamo fatto leggi sul calcio. Leggi. Sul calcio. Come se il problema dell'Italia fosse la mancanza di regolamentazione e non la mancanza di centrocampisti che sappiano controllare un pallone senza sembrare alle prime lezioni. Tre mondiali fuori su quattro non è sfortuna, è un curriculum, è quasi un risultato sportivo in sé, ci vuole una certa costanza per essere così sistematicamente catastrofici in un paese che il calcio lo ha praticamente inventato spiritualmente. E la cosa più bella, la ciliegina sulla torta dell'assurdo, è che dopo ogni eliminazione arriva puntuale il ciclo dei commenti tecnici, dove si parla di dettagli, di episodi, di un rigore non dato nel 1987, di un palo, di un fuorigioco millimetrico, come se il problema fosse il millimetro e non il chilometro di distanza che ci separa dall'avere un'identità di gioco riconoscibile. La verità è che non dovevamo arrivare a giocarci il tutto per tutto all'ultima partita... con la Bosnia. Ricostruire, ci dicono. Pazienza, ci chiedono. Ma la pazienza, quella vera, quella che si porta dietro una speranza concreta, è finita insieme alla credibilità di questi signori, e quello che rimane è una specie di rassegnazione travestita da fede sportiva, che è la cosa più triste che possa capitare a un tifoso. Non c'è due senza tre, si dice... speriamo perlomeno in Fibonacci. Buona visione del mondiale, dunque, dal divano, con le noccioline e il telecomando, che in fondo anche quello è un modo di partecipare, anche se nessuno ce lo aveva chiesto.

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