TRUMP, LEONE E LO SPIRITO SANTO

Donald Trump, il presidente che ha costruito la propria mitologia politica su una sorta di teologia dell’elezione divina, che si è lasciato paragonare compiaciuto a Cristo dalla sua pastora Paula White-Cain senza battere ciglio, che ha esibito la propria sopravvivenza a un attentato come prova tangibile della mano di Dio sulla storia americana, ha deciso di attaccare il Papa.
Non un Papa qualsiasi, ma Leone XIV, primo pontefice americano della storia, venuto a conoscenza dell’ennesima invettiva mentre era in volo verso Algeri per un viaggio apostolico in Africa. Trump lo ha definito su Truth Social “WEAK on Crime” e “terrible for Foreign Policy”, con il consueto lessico da campagna elettorale permanente. Poi ha aggiunto qualcosa di più interessante...che Leone non figurava tra i papabili e che la sua elezione sarebbe stata, in sostanza, un omaggio strategico alla sua presidenza. Senza di lui alla Casa Bianca, ha insinuato, Leone non sarebbe mai arrivato in Vaticano.
È qui che la vicenda smette di essere comica e diventa "teologica".
Perché Trump non si è limitato a insultare un leader religioso, ma ha suggerito che il conclave non sia guidato dallo Spirito Santo, ma dalla geopolitica, che i cardinali ragionino come lobbisti, che Dio, nella Cappella Sistina, sia, al massimo, una comparsa simbolica. Un’idea detta senza dirla, con quella ambiguità tipica di chi vuole colpire senza assumersene pienamente la responsabilità.
Il problema è che questa insinuazione demolisce l’intera architettura teologica su cui Trump ha costruito il proprio potere simbolico. Se lo Spirito Santo non guida l’elezione del Papa, allora non guida neppure la traiettoria di un proiettile deviato durante un comizio in Pennsylvania. Se il conclave è una mossa tattica di potere ecclesiastico, allora anche una rielezione presidenziale è solo una mossa tattica di potere elettorale, priva di qualsiasi investitura celeste.
Trump non può essere l’unto del Signore e, allo stesso tempo, sostenere che il Vicario di Cristo sia il prodotto di una manovra diplomatica. Le due cose si escludono. Non serve una laurea in teologia, basta una minima coerenza interna. Ma la coerenza, nell’universo MAGA, non sembra essere una virtù necessaria.
C’è poi un secondo livello di ironia che riguarda il fratello del Papa, Louis Prevost, lodato da Donald Trump come “all MAGA”. Un attestato di fedeltà distribuito con l’entusiasmo di un sovrano che assegna titoli di corte, come se un movimento politico potesse rivendicare parentele vaticane. Il Papa “liberale”, il nemico della politica estera americana, quello che sarebbe “debole sul crimine”, ha un fratello MAGA, e questo, nella logica trumpiana, diventa quasi una consolazione, come se la famiglia potesse essere divisa in quote di lealtà politica.
La risposta di Leone XIV, però, arriva su un altro piano. Sul piano della misura.
Nessun insulto, nessuna replica nello stile di Truth Social. Solo una dichiarazione calma. Non ha paura dell’amministrazione Trump, non è un politico, continuerà a parlare contro la guerra perché il Vangelo è chiaro “beati i costruttori di pace” e troppe persone soffrono nel mondo per permettersi il silenzio.
È una forma di risposta che non cerca di vincere lo scontro, ma di svuotarlo.
Un uomo alla guida di una Chiesa che attraversa duemila anni di storia, sopravvissuta a imperatori, rivoluzioni e totalitarismi, non ha motivo di agitarsi per un post domenicale. La sua scala temporale è quella dei millenni. Trump, al contrario, si muove nel tempo breve... follower, titoli, reazioni immediate. L’istante come unica unità di misura.
Attaccare il Papa, in questo contesto, non è una strategia, ma è un riflesso. La risposta automatica di chi non tollera alcuna autorità morale indipendente, di chi interpreta ogni critica come un’offesa personale e ogni pulpito non allineato come una minaccia.
Con una differenza sostanziale, questa volta il pulpito è quello di San Pietro.
E Leone XIV, americano quanto Trump, ma non trumpiano, sta mostrando qualcosa di più difficile e, proprio per questo, più destabilizzante...che si può essere americani senza essere MAGA, parlare di pace senza essere ingenui, opporsi al potere senza imitarne il linguaggio.
Trump si è costruito da solo l’avversario più scomodo possibile. Uno che non può essere querelato, né silenziato, né espulso da alcuna piattaforma. E che risponde con l’unica cosa che il potere, per quanto grande, non riesce mai davvero a comprare...la dignità.

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