TRUMPIRRO
Dopo trenta giorni di guerra, dopo proclami solenni, mappe agitate in televisione e analisti pronti a vendere come svolta storica ogni esplosione ripresa da un drone, il risultato è di una semplicità quasi offensiva. Non è cambiato nulla, se non in peggio. Il regime iraniano è ancora lì, saldamente al suo posto, lo Stretto di Hormuz continua a dipendere dalla volontà di Teheran, il programma nucleare non è stato smantellato e Hezbollah conserva in Libano una capacità operativa che bombe, sanzioni e minacce non hanno saputo intaccare davvero. In compenso, sono aumentati i prezzi dell’energia, si sono aggravate le tensioni economiche, è crollato altro consenso politico in Occidente e si è allargata la sensazione penosa di assistere all’ennesima guerra venduta come soluzione e finita come aggravante. È il piccolo capolavoro della strategia contemporanea, devastare senza risolvere, colpire senza concludere, promettere ordine e produrre solo una versione più rumorosa del caos precedente. Si voleva ridisegnare l’equilibrio regionale e si è ottenuta l’ennesima conferma che la superiorità militare non coincide affatto con l’intelligenza politica. L’Iran ha mostrato resilienza, adattamento, freddezza e soprattutto la capacità di restare indispensabile proprio nel punto in cui il mondo è più vulnerabile, cioè il passaggio dell’energia. La tanto celebrata pressione occidentale ha finito per illuminare un fatto scomodo che nessuno ama dire troppo forte, chi controlla i colli di bottiglia strategici non ha bisogno di vincere nel senso hollywoodiano del termine, gli basta resistere abbastanza a lungo da far pagare agli altri il costo del loro stesso intervento. E infatti i mercati hanno capito prima dei governi ciò che stava accadendo. Petrolio e gas hanno preso quota, l’Europa ha incassato il colpo con la consueta aria smarrita di chi scopre ogni volta, con candida sorpresa, di dipendere ancora dall’energia mentre finge di vivere già in un brochure sulla transizione verde. Bollette più alte, approvvigionamenti più fragili, investimenti frenati, inflazione ravvivata e tensioni sociali in lento ma costante accumulo. La guerra, spacciata come strumento di stabilizzazione, ha funzionato magnificamente come moltiplicatore di tutte le debolezze occidentali. Una prodezza, davvero. Sul piano politico interno americano il quadro è persino più impietoso, perché quando si promette una vittoria rapida e si consegna un pantano costoso, l’elettorato tende a notare la differenza. Il gradimento che precipita non è un incidente statistico, è la ricevuta politica di una narrazione fallita. La tregua poi, mediata in fretta e appesa a scadenze prorogabili, ha il fascino rassicurante di un cerotto messo su una crepa strutturale. Non risolve nulla, sospende tutto. L’Iran chiede la revoca totale delle sanzioni, garanzie di non aggressione e compensazioni economiche, l’Occidente continua a fingere che basti qualche formula diplomatica ben stirata per trasformare richieste inconciliabili in compromesso storico, mentre Israele prosegue le operazioni contro le milizie alleate e ogni scintilla resta perfettamente in grado di incendiare di nuovo il teatro intero. Chiamarla pace sarebbe un esercizio di fantasia, è al massimo una pausa nervosa in attesa del prossimo pretesto. Eppure la lezione è davanti agli occhi, brutale e quasi banale. Nelle guerre del ventunesimo secolo la forza senza strategia produce macerie, la strategia senza obiettivi realistici produce autoinganno, e la combinazione delle due cose produce conferenze stampa piene di parole nobili e risultati miserabili. Né la tecnologia più avanzata né l’assedio economico bastano a far crollare un avversario deciso a sopravvivere, soprattutto quando quel medesimo assedio finisce per logorare le società che pretendono di impartire la lezione. Alla fine il conto arriva sempre, e non lo pagano i teorici della deterrenza seduti nei think tank, lo pagano i cittadini, le imprese, i consumatori, i governi che scoprono troppo tardi quanto costi una guerra senza uscita. La verità più sgradevole è che questa non è stata una vittoria incompleta, è stata una sconfitta travestita da fermezza. E se la diplomazia non riuscirà a trasformare questa tregua gracile in un assetto politico almeno minimamente sostenibile, allora questo mese di guerra non sarà ricordato come una parentesi, ma come il prologo di una lunga serialità della crisi. A quel punto l’unico vincitore sarà l’instabilità, che infatti non delude mai. La vera prova di maturità non è dimostrare di saper colpire, quello ormai lo sanno fare tutti, è dimostrare di sapere quando fermarsi. Ma è una qualità rara, perché costruire la pace richiede intelligenza, misura e coraggio, mentre inseguire l’illusione della vittoria richiede soltanto arroganza, ed è notoriamente la risorsa più abbondante sulla scena internazionale.
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