EMERGENZA ELETTORALE
Ci racconta molto il modo in cui il governo Meloni ha scelto di rispondere alla crisi energetica scatenata dal blocco dello Stretto di Hormuz. Ha fatto esattamente quello che ci si aspettava facesse, ovvero nulla di strutturale, nulla di coraggioso, nulla che non fosse già nel manuale del politico in difficoltà. Tagliare le accise. Di nuovo. Prorogare. Di nuovo. Attendere che passi. Come sempre.
Il dato grezzo basterebbe da solo a chiudere il dibattito. Il taglio costa circa un miliardo di euro al mese, finanziato in parte con l'extragettito IVA, che è, con amara ironia, il gettito generato proprio dai prezzi alti che si vorrebbe combattere. A fronte di questa spesa monumentale, il beneficio è distribuito con la logica di un irrigatore difettoso...bagna di più chi sta sotto al getto centrale. In termini meno metaforici: risparmia di più chi consuma di più, chi ha l'SUV, chi guida la berlina tedesca. Il sussidio è piatto per litro, non per reddito, e questa non è una dimenticanza tecnica, è una scelta politica che dice tutto su chi si vuole davvero accontentare.
Perché il punto non è salvare le famiglie vulnerabili, se fosse quello, esisterebbero strumenti molto più efficaci e molto meno costosi. Il punto è non far arrabbiare nessuno. Non gli automobilisti, che sono tanti e votano. Non gli autotrasportatori, che bloccano le strade e ottengono trecento milioni di crediti d'imposta prima ancora che lo sciopero cominci. Il governo non sta gestendo una crisi energetica, sta gestendo un calendario elettorale permanente, in cui ogni decisione viene valutata non per il suo impatto a cinque anni ma per il suo effetto sul sentiment di domani mattina. Governare per riflesso condizionato...stimolo, prezzo alla pompa...risposta, sconto. Sempre.
Nel frattempo, i volumi di consumo restano invariati, la dipendenza dall'import resta invariata, l'esposizione al rischio geopolitico resta invariata. Si è semplicemente deciso che il problema non esiste finché qualcuno paga il conto. Le alternative, sussidiare il trasporto pubblico, incentivare la mobilità elettrica, costruire un'infrastruttura che sopravviva alla prossima crisi di Hormuz, hanno un difetto imperdonabile, richiedono che i cittadini cambino qualcosa. E chiedere cambiamento è elettoralmente pericoloso. Molto più sicuro prorogare, incassare il titolo "il governo protegge le famiglie", e rimandare tutto al prossimo decreto d'urgenza.
Resta una domanda scomoda che nessuno nei palazzi sembra volersi porre "fino a quando si può comprare consenso a un miliardo al mese senza costruire nulla?". La risposta, purtroppo, la conoscono benissimo...fino alle prossime elezioni. Dopodiché, sarà un problema di qualcun altro.
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