ITALIANI POCO INTEGRATI


Farrbbe sorridere, se non fosse anche tremendamente serio, il modo in cui in Italia si discute di integrazione. Ogni volta che si apre questo dibattito, puntualmente innescato da un fatto di cronaca, una rissa, un coltellassociato a una faccia straniera in un titolo di giornale, si dà per scontato chi debba integrarsi e chi abbia invece il privilegio naturale di non dimostrarlo, di non meritarlo...ma di stare fermo, braccia conserte, a valutare se l'altro sia sufficientemente degno. Il paradosso che nessuno sembra voler nominare ad alta voce è questo... i valori che si pretende vengano abbracciati dagli stranieri, il rispetto sociale, la dignità della convivenza, persino quei valori cristiani che tornano ciclicamente nei discorsi pubblici come un'arma retorica più che come una pratica vissuta, sono esattamente i valori che una parte consistente degli italiani autoctoni ha smesso di frequentare da tempo, ammesso che li abbia mai frequentati davvero. La prova più recente e più clamorosa di questo cortocircuito è passata quasi in sordina, sepolta sotto l'ennesima polemica sull'immigrazione. Un gruppo di minorenni italiani, cresciuti e istruiti in questo paese, stava organizzando azioni di stampo nazi-fascista, con simboli, rituali e un'ideologia che rappresenta la negazione più assoluta di qualsiasi valore cristiano e democratico che l'Italia formalmente dichiara di incarnare. Eppure nessuno ha aperto un dibattito nazionale sulla loro mancata integrazione nei valori della Repubblica, nessuno ha convocato tavoli di crisi, nessun talk show ha dedicato tre ore alla domanda se certi ambienti familiari o certe scuole stessero fallendo nel trasmettere i valori fondanti della convivenza civile. Quella domanda non viene mai posta quando il protagonista del fallimento è autoctono, bianco, italiano di cognome riconoscibile. E allora viene spontaneo chiedersi in cosa esattamente dovrebbe integrarsi uno straniero che arriva in un paese dove l'evasione fiscale è sport nazionale, dove la furbizia è virtù e la solidarietà è per i fessi, dove le chiese si svuotano ogni anno di più ma il crocifisso nei muri pubblici viene difeso con una ferocia inversamente proporzionale alla frequenza con cui chi lo difende pratica il perdono o l'accoglienza del prossimo, che sono pilastri piuttosto centrali del messaggio cristiano. Ciò che in Italia si chiede agli stranieri non è integrazione, è gratitudine permanente, un debito esistenziale che non si estingue mai, per cui uno straniero che lavora, paga le tasse, impara la lingua e rispetta le leggi non diventa mai semplicemente un membro della società ma resta comunque ospite, e l'ospite deve stare al suo posto. Il minorenne italiano che fa il saluto romano nei corridoi della scuola o che pianifica azioni squadriste in una chat di gruppo è invece un caso isolato, un ragazzo che ha preso una brutta strada, qualcosa di triste ma circoscritto, certamente non la spia di un fallimento culturale collettivo. Questa asimmetria è talmente sfacciata che quasi fa ridere, quasi, perché rivela che il problema non è mai stato davvero l'integrazione. È il controllo narrativo su chi appartiene e chi no, su chi può rivendicare e chi deve solo ringraziare, su chi quando sbaglia rappresenta sé stesso e chi quando sbaglia rappresenta un'intera categoria umana. Una società che chiede agli altri di incarnare valori che essa stessa non pratica, non insegna e non sa più riconoscere quando li vede traditi dai propri figli, non sta facendo integrazione. Sta cercando una colpa da tenere sempre pronta, fuori di sé, per non dover mai rispondere della propria.

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