L'ECCEZIONE
La congettura di Collatz è una regola quasi infantile, un giochino da studenti con la prima calcolatrice che nasconde un universo di vertigini. Prendi un numero intero, se è pari lo dimezzi, se è dispari lo moltiplichi per tre e aggiungi uno, e ripeti. La congettura finora non dimostrata [attualmente sono state verificate 10e20, 10 seguito da 20 zeri, un universo], è che qualunque punto di partenza tu scelga alla fine cadrai nell'uno. Eppure basta guardare i sentieri per capire che questa semplicità è solo un inganno. Da 6 arrivi a 1 in otto passi, da 27 ti servono centoundici salti e tocchi vette che non avresti mai sospettato, da 1001 scali fino a 9232 e vaghi per centocinquantadue svolte prima di cedere. Il punto è questo. La regola è una, immutabile, ma i paesaggi che genera sono senza schema e irripetibili, tranne le ultime sequenze 16-8-4-2-1, come una risacca che non smette mai.
Se ne disegni i percorsi su uno schermo nero, ottieni qualcosa di strano. Fili che partono da un tronco comune, si disperdono in archi caotici, si arricciano su se stessi, sembrano dimenticare da dove vengono, e poi cedono tutti verso lo stesso punto. È la stessa immagine del superammasso Laniakea, la struttura cosmica dentro cui abita la Via Lattea, dove miliardi di galassie scivolano lungo filamenti gravitazionali verso il Grande Attrattore senza saperlo, obbedendo soltanto alla regola locale della gravità, pari o dispari, massa o vuoto, nient'altro. La matematica e l'universo disegnano la stessa figura perché forse parlano la stessa lingua, e quella lingua ha una sola parola...CONVERGENZA.
Il Grande Attrattore non lo abbiamo mai visto, eppure tutto gli obbedisce. L'UNO di Collatz funziona allo stesso modo. Non è il più grande né il più complesso, è il più semplice di tutti, eppure ogni sequenza alla fine vi precipita dentro. Chi crede lo chiama Dio. Forse non è una risposta sbagliata.
E così mi pare sia la vita nell'universo, una formula cosmica scritta con la stessa calligrafia ovunque, gravità, carbonio, acqua, tempo. Eppure ogni pianeta è un numero iniziale diverso lanciato nella medesima iterazione. Modifica un parametro, anche minimo, un grado in più nell'asse di rotazione, un decimo di massa in meno nella stella madre, un bombardamento di comete arrivato con un ritardo di centomila anni, e la traiettoria cambia. Le possibilità esplodono, i passaggi si moltiplicano, nascono picchi di complessità che sembrano promettere oceani e cellule e poi ricadono nel ghiaccio o nel fuoco. Perché la regola non garantisce nulla se non il movimento, e il movimento non è destinazione.
Forse l'UNO finale che Collatz ci sussurra non è la vita, ma è l'equilibrio, la polvere, il silenzio, la statistica fredda dove finiscono tutte le sequenze cosmiche. La Terra diventa allora quel numero assurdo, non previsto dalla congettura e non ancora trovato che dopo aver toccato creste improbabili e abissi senza nome riesce comunque a chiudere il cerchio sull'UNICITÀ che chiamiamo BIOSFERA. E non perché le probabilità fossero alte, ma perché in un gioco dove ogni cammino è diverso basta che uno solo ci arrivi per rendere vero l'impossibile. Tutti gli altri, trilioni di mondi che hanno corso e sono caduti in altri cicli, restano muti a testimoniare che la vita non è un diritto della matematica dell'universo. È un incidente di percorso dentro una regola che perdona solo una volta. E l'UNO, alla fine, non ci aspettava. Semplicemente, non eravamo destinati [o non siamo stati destinati] a finire nell'UNO, ma nell' UNICITÀ.
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