L'INTEGRAZIONE COME RICATTO

Più una persona si sente parte della società e vede un futuro possibile dentro di essa, meno è probabile che cerchi risposte radicali fuori da essa. È una frase quasi banale nella sua evidenza, eppure in Italia riusciamo a trattarla come una scoperta rivoluzionaria ogni volta che un ragazzo nato o cresciuto qui prende una strada estrema. A quel punto parte il teatrino nazionale...Editorialisti improvvisati, politici in cerca di telecamera, esperti da salotto che pronunciano la parola “integrazione” con la stessa naturalezza con cui un notaio leggerebbe un necrologio. Tutti improvvisamente si chiedono come sia potuto accadere che un giovane con cittadinanza italiana non si sentisse davvero italiano. La risposta, di solito, è davanti agli occhi di tutti da anni, ma richiederebbe una qualità ormai rarissima...l’onestà. Perché il problema non nasce nel momento della radicalizzazione, nasce molto prima, quando un individuo cresce respirando il messaggio implicito secondo cui sarà sempre tollerato ma mai davvero accolto. L’Italia ha un talento particolare nel pretendere assimilazione senza concedere appartenenza. Si chiede a queste seconde generazioni di parlare perfettamente italiano, tifare la nazionale, studiare Dante, pagare le tasse, interpretare un personaggio del presepe alle recite scolastiche, salvo poi ricordare loro, alla prima occasione utile, che per molti resteranno comunque “quelli di origine straniera”. È un meccanismo raffinato nella sua crudeltà, ti si offre un’identità a condizione che tu non la rivendichi troppo. E quando qualcuno cresce in questo limbo permanente, non bisogna stupirsi se arriva il momento in cui cerca altrove una definizione più netta di sé. La radicalizzazione, in fondo, offre proprio questo...identità, appartenenza, riconoscimento, uno scopo semplice dentro un mondo complicato. È la versione tossica di ciò che una società sana dovrebbe fornire naturalmente ai propri cittadini. Naturalmente sarebbe troppo scomodo ammettere che il problema riguarda anche il modo in cui funziona il nostro modello sociale, quindi preferiamo raccontarci favole rassicuranti sulla “devianza”, sulle “mele marce”, sugli “invasori culturali”. È più facile trasformare il disagio in una colpa morale che interrogarsi sulle condizioni che lo producono. Del resto l’Italia contemporanea eccelle nel lamentarsi della disgregazione sociale dopo aver smantellato sistematicamente tutti i luoghi in cui una comunità potrebbe davvero formarsi. Penso alle scuole impoverite, periferie abbandonate, precarietà normalizzata, mobilità sociale ridotta a leggenda folkloristica. Si cresce in quartieri dove lo Stato compare quasi esclusivamente sotto forma di burocrazia o repressione, mentre la società dei consumi continua a martellare chiunque con l’idea che il valore di una persona coincida con il successo, il denaro e la visibilità. Poi però ci indigniamo se qualcuno, sentendosi escluso da quella promessa, finisce sedotto da ideologie che trasformano la frustrazione in missione. E c’è qualcosa di profondamente ipocrita nel modo in cui il dibattito pubblico affronta il tema. Si invoca “integrazione” come parola magica, ma quasi mai ci si domanda integrazione in cosa. In un mercato del lavoro che tratta i giovani come materiale usa e getta? In una società che celebra il merito purché chi parta svantaggiato resti discretamente invisibile? In un’identità nazionale che si scopre rigidissima proprio quando dovrebbe includere? Si pretende gratitudine da persone a cui spesso viene concessa soltanto una cittadinanza amministrativa, non una piena cittadinanza simbolica. E allora accade che alcuni cerchino altrove quella dignità che non trovano nello sguardo collettivo del Paese in cui vivono. Non perché siano predestinati all’estremismo, non perché esista una qualche incompatibilità culturale inscritta nel DNA delle seconde generazioni [teoria tanto cara agli imbecilli quanto smentita dalla realtà] ma perché nessun essere umano vive bene nell’umiliazione permanente. Una società che produce appartenenza riduce la radicalizzazione, una società che produce esclusione genera invece rabbia, cinismo e desiderio di rottura. E la cosa più ironica è che spesso gli stessi ambienti politici e mediatici che alimentano quotidianamente sospetto, marginalizzazione e paranoia identitaria sono poi i primi a fingersi sconvolti quando qualcuno radicalizzato restituisce al sistema una versione estrema della violenza simbolica che ha assorbito per anni.

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