L'UOMO CHE SUSSURRA ALLE PANCE

C'è un copione così logoro che ormai si potrebbe recitare a memoria. Succede qualcosa di violento, e prima ancora che le famiglie abbiano finito di piangere, prima ancora che si sappia davvero cosa è successo e perché, ecco il politico di turno già al microfono con la faccia più indignata del repertorio e la soluzione già bella e pronta in tasca, sempre la stessa, sempre uguale, perché quando hai un martello ogni problema diventa un chiodo e quando il tuo mestiere è vendere paura ogni tragedia diventa un'occasione. Salvini chiama l'autore dell'attacco di Modena "criminale di seconda generazione" come se le origini marocchine del padre fossero una prova giuridica, come se la colpa si trasmettesse per sangue alla maniera delle monarchie medievali, e pazienza se quell'uomo era in cura da anni per una patologia psichiatrica seria e documentata, perché questo dettaglio non si vende, non si mette sul manifesto, non fa alzare in piedi la platea ai comizi, e allora sparisce, inghiottito dalla retorica come spariscono tutti i fatti che complicano lo slogan. Il bello, si fa per dire, è che funziona. Funziona perché c'è un pezzo di elettorato a cui non si chiede di ragionare, a cui anzi il ragionamento viene attivamente sconsigliato, a cui si offre invece un nemico già confezionato, un colpevole con la faccia giusta e il cognome giusto, e quella platea applaude e condivide e si sente finalmente capita da qualcuno che parla chiaro, dove parlare chiaro significa dire cose semplici a problemi complessi, il che non è chiarezza ma è il contrario esatto della chiarezza. E il meccanismo regge finché non lo si guarda in faccia. Perché quando è stato ammazzato Bacari Sako, ucciso da italianissimi senza una goccia di sangue straniero addosso, quegli stessi pulpiti erano stranamente silenziosi, quella stessa indignazione era stranamente assente, quel martellamento mediatico h24 non si è visto, e questo non è un caso né una dimenticanza ma è la prova provata che non si sta parlando di sicurezza, non si sta parlando di giustizia, si sta facendo una selezione accurata del dolore in base alla carta d'identità, si sta decidendo quali vittime meritano la rabbia pubblica e quali no, si sta costruendo una graduatoria morale dove il crimine pesa diversamente a seconda del cognome di chi lo commette. Questo è sciacallaggio puro, senza attenuanti e senza la scusa dell'ingenuità, perché chi lo fa sa esattamente quello che fa, conosce il meccanismo, lo ha affinato in anni di pratica, e lo usa con la precisione chirurgica di chi ha capito che in certi contesti la verità è un ostacolo e la paura è carburante. La domanda che nessuno fa, quella che sarebbe davvero utile fare, è come mai un uomo con una patologia psichiatrica grave e conclamata fosse ancora senza una rete di supporto adeguata, come mai il sistema di cura e prevenzione abbia fallito, chi doveva vigilare e non l'ha fatto...ma questa domanda è complicata, non ha un colpevole con la faccia straniera, non si presta al comizio, e quindi non la fa nessuno, perché richiederebbe di governare invece di urlare, di pensare invece di aizzare, di rispettare le persone a cui ci si rivolge invece di trattarle come una massa da manovrare con gli istinti giusti al momento giusto. E alla fine è questa la cosa più oscena di tutte: non solo lo sciacallaggio sul dolore altrui, non solo il doppio standard vergognoso, ma il disprezzo profondo, strutturale, quasi ideologico per l'intelligenza di chi ascolta, la certezza cinica che basti un nemico e uno slogan per comprare un voto, e il fatto che spesso abbiano ragione è il problema di tutti noi, non solo loro.

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