MINIERA E CAVA

È straordinariamente rivelatore il modo in cui una certa destra italiana reagisce ai fatti di cronaca nera: uno scatto pavloviano, quasi gioioso, verso i social delle vittime e degli autori, un lavoro da minatori instancabili, piccone e lampada frontale, giù nelle gallerie buie di Facebook e Instagram, tra strati di post dimenticati, commenti sepolti, condivisioni risalenti a ere geologiche della vita digitale altrui, cercando la vena preziosa, il filone che giustifichi tutto, che spieghi tutto, che trasformi un fatto tragico e complesso in una conferma brillante e maneggevole. E quando lo trovano — una frase infelice, un posto contro la Ferragni [come migliaia di altri italiani], un'emoji ambigua, una parola pronunciata anni prima in un contesto che nessuno si preoccupa di ricostruire — è trionfo, è estasi estrattiva, è il minerale grezzo che sale in superficie e viene subito fuso nelle officine dell'indignazione politica. Il problema è che questa si chiama miniera, si presenta come scavo paziente e rigoroso, come archeologia della verità, mentre è soltanto una ricerca forsennata del dettaglio utile in un giacimento che viene abbandonato non appena smette di rendere. Ma ciò che davvero stride, ciò che rende l'operazione non solo ipocrita ma moralmente indecente, è il contrasto con quello che avviene dall'altra parte — non in miniera, no, non nel buio, non nel segreto, non con il lampione stretto tra i denti — ma in piena luce, a cielo aperto, con i macchinari pesanti che lavorano giorno e notte senza che nessuno pensi di protestare per il rumore. Quello è lavoro di cava. L'odio verso lo straniero, verso il musulmano, verso il migrante non si estrae faticosamente dai meandri oscuri della rete...viene escavato industrialmente, a strati regolari, con la ruspa delle prime pagine, con le trivelle delle dichiarazioni ufficiali, con gli esplosivi controllati dei programmi elettorali e delle ospitate televisive in prima serata. È un'attività a cielo aperto, visibile a tutti, che ha cambiato il paesaggio intorno senza che quasi nessuno la chiami con il suo nome, perché quando una cava lavora abbastanza a lungo il cratere che lascia smette di sembrare una ferita e comincia a sembrare il territorio naturale, il paesaggio normale, la conformazione ovvia delle cose. Ecco il vero capolavoro, scavare così tanto, così a lungo, così sistematicamente, da rendere invisibile lo scavo stesso. Costruire un'intera architettura retorica in cui lo straniero è il problema strutturale, la causa di ogni disagio, il capro espiatorio di ogni fallimento collettivo — e farlo con tale coerenza quotidiana che quella costruzione smette di essere percepita come tale e diventa semplicemente opinione legittima, posizione difendibile, buon senso popolare estratto dalla roccia viva della gente. Poi, quando qualcuno risponde con la stessa moneta in qualche angolo mal frequentato della rete, si torna in miniera, si riprende il piccone, si scende nelle gallerie con rinnovato fervore morale. Non si tratta di giustificare nulla — la violenza è violenza, l'odio è odio, indipendentemente da chi lo esprime e verso chi — ma si tratta di avere l'onestà intellettuale di guardare entrambe le operazioni estrattive con lo stesso occhio, di misurare il danno non solo del minerale nascosto che qualcuno va a cercare con la lampada frontale, ma soprattutto di quella cava a cielo aperto che ha già ridisegnato il paesaggio civile di questo paese, e che continuerà a farlo domani, dopodomani, nel silenzio assordante di chi preferisce scendere in miniera piuttosto che alzare gli occhi e guardare cosa hanno fatto, e continuano a fare, alla luce del sole.

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