QOELET E PNL
Un coach di PNL [Programmazione Neuro-Linguistica], armato del suo manuale di tecniche comunicative nato negli anni Settanta del Novecento, si presenta su TikTok a smontare una pratica liturgica millenaria con la stessa sicumera di chi spiega al padre come si fanno i figli.
Il gesto di battersi il petto durante l’atto di dolore precede la Programmazione Neuro-Linguistica di qualche migliaio d’anni. Lo compie già il pubblicano del Vangelo di Luca, uomo che evidentemente non aveva ancora letto Richard Bandler né frequentato seminari motivazionali. Eppure questo dettaglio non sembra minimamente turbare il nostro esperto, che procede spedito nella sua diagnosi "la Chiesa vi manipola, vi insegna il senso di colpa". Lui invece vi libererà insegnandovi a dire ogni mattina: "mi amo, mi amo, mio grandissimo amore"...e chi ama, si sa, non vede gli errori della perso amata.
Ora, lasciando da parte l’ironia piuttosto evidente per cui questa sequenza di formule identitarie accompagnate da un gesto corporeo costituisce esattamente il tipo di pratica simbolica e suggestiva che la PNL rivendica come propria, vale la pena soffermarsi sul contenuto reale della proposta. Perché è lì che il discorso diventa interessante.
Il coach sostiene che il gesto del “per mia colpa” sarebbe una forma di programmazione negativa, un rito che spinge l’uomo a sentirsi sbagliato. E propone quindi di sostituirlo con un rito opposto, più moderno, più rassicurante e infinitamente più gratificante. Non più il riconoscimento della colpa, ma l’affermazione permanente del proprio valore.
Il problema è che l’essere umano non ha alcun bisogno di essere istruito nell’arte dell’autoassoluzione. Ci riesce benissimo da solo. Chiunque abbia osservato sé stesso con un minimo di onestà, o semplicemente frequentato abbastanza persone, sa quanto siamo naturalmente portati a giustificarci, a reinterpretare i nostri errori come inevitabili, a spostare sugli altri la responsabilità delle nostre mancanze, a riscrivere i ricordi in una versione più favorevole del nostro personaggio. L’uomo possiede un talento quasi inesauribile nel trasformarsi contemporaneamente in imputato, avvocato difensore e giudice benevolo di sé stesso.
L’atto di dolore esiste precisamente per inceppare questo automatismo. Introduce nella giornata dell’uomo un momento...breve, piccolo, perfino scomodo, in cui si interrompe il racconto autoassolutorio che costruiamo spontaneamente intorno alla nostra vita e si ammette una verità elementare...talvolta il problema siamo noi. Non è un’umiliazione della persona, ma il contrario. Presuppone che l’uomo sia abbastanza libero da poter sbagliare, abbastanza responsabile da riconoscere il proprio errore e abbastanza degno da poter cambiare.
Il nuovo rito motivazionale, invece, rischia di dissolvere perfino il linguaggio necessario per nominare il torto. Se ogni esperienza negativa dev’essere reinterpretata come semplice “energia sbagliata”, se ogni senso di colpa è automaticamente tossico, se il mio valore deve restare intatto indipendentemente da qualsiasi giudizio morale, allora non esiste più il pentimento, esiste soltanto la gestione della percezione di sé. Ogni critica diventa un’aggressione alla mia autostima; ogni limite, una vibrazione negativa da respingere, ogni colpa, un problema narrativo da neutralizzare.
E qui emerge il punto forse più interessante. Il rito motivazionale non elimina affatto il bisogno religioso dell’uomo: semplicemente lo reindirizza. Anche qui ci sono formule da ripetere, gesti simbolici, parole considerate trasformative, una promessa di liberazione interiore. Cambia soltanto il centro della liturgia. Non più Dio, il peccato e la conversione, ma il sé, la propria energia e la propria percezione emotiva. Non più l’esame di coscienza, ma l’adorazione di sé.
Qoèlet avrebbe probabilmente riconosciuto in tutto questo ciò che chiamava hebel, soffio, inconsistenza, illusione di autosufficienza. La convinzione che l’uomo possa bastare interamente a sé stesso, salvarsi con una formula pronunciata davanti allo specchio, redimersi attraverso una tecnica motivazionale ben confezionata. Duemilacinquecento anni dopo, quella stessa antica tentazione viene impacchettata in un seminario di crescita personale, corredata da musica emozionale e venduta come liberazione interiore.
La storia, si sa, non si ripete: fa rima.
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