UN FILM GIÀ VISTO
Un ragazzo di ventisei anni viene pestato a sangue a Torino perché è siciliano. Doppia frattura alla mandibola, otto punti in testa, un intervento chirurgico. La notizia fa il giro d'Italia e tutti si indignano, tutti si commuovono, tutti condannano. Bene. Giusto. Ma facciamo una cosa sola: prendiamo quelle stesse parole, "siete troppi, non siete come noi, non appartenete a questo posto", e mettiamo al posto di Roberto un ragazzo del Senegal, del Bangladesh, della Nigeria, nato magari proprio qui, e chiediamoci onestamente se la reazione sarebbe identica. Non lo sarebbe. E questo è il problema, non quello di stanotte, il problema vero, quello che ci portiamo dietro da trent'anni fingendo di non vederlo.
Negli anni Novanta la Lega Nord costruì fortune elettorali su un vocabolario preciso, invasione, incompatibilità culturale, difesa dell'identità padana, primato dei nativi, e il bersaglio erano i meridionali, i terroni, quelli che scendevano dal Sud a rubare lavoro e a sporcare le città del Nord. Oggi quella retorica ci sembra barbaro residuo di un'epoca buia, la citiamo per indignarci, la usiamo come prova di quanto fossimo rozzi e quanto siamo cresciuti. Peccato che quella stessa retorica, parola per parola, virgola per virgola, sia ancora in circolazione, sia ancora rispettabile, sia ancora materia di campagna elettorale, basti cambiare il soggetto. Non più i terroni, adesso i migranti, gli extracomunitari, i clandestini. Stesso schema, stesso lessico, stessa funzione, pubblico diverso, vittime diverse, coscienza collettiva stranamente silenziosa.
L'empatia non è una facoltà razionale, è una facoltà di riconoscimento, funziona per somiglianza, funziona per prossimità, funziona quando il volto di chi soffre ci ricorda qualcuno che amiamo. Roberto ha ventisei anni, si è laureato in economia, lavora in banca, ha chiamato i genitori dall'ospedale e ha mentito dicendo di essere caduto dalla bicicletta perché non voleva farli preoccupare. Roberto è nostro figlio, è il nostro vicino, è il ragazzo del piano di sopra. Il migrante che subisce le stesse parole, la stessa esclusione, a volte la stessa violenza fisica, è ancora altro, è ancora distante, è ancora separato da quel confine sottile e potentissimo che chiamiamo alterità e che ci autorizza, senza nemmeno accorgercene, a misurare il dolore con due pesi diversi.
Tra trent'anni qualcuno scriverà di noi quello che noi scriviamo degli anni Novanta. Registrerà la nostra indifferenza, le nostre giustificazioni elaborate, i morti nel Mediterraneo che abbiamo contato come statistiche e archiviato come notizie di giornale, i bambini nelle tendopoli a cui abbiamo dedicato dibattiti televisivi senza mai smettere di dormire bene. Si chiederà come fosse possibile che persone normali, persone perbene, persone capaci di indignarsi per Roberto, non riuscissero a vedere. E la risposta sarà la stessa che diamo oggi per il passato, non mancava l'intelligenza, mancava il coraggio di estendere l'empatia oltre il recinto del familiare.
Roberto, dall'ospedale, ha detto che ama Torino e che forse quei tre erano solo ragazzi incattiviti vogliosi di menare le mani. In quella generosità, in quel dubbio che si concede verso chi lo ha ridotto in pezzi, c'è più civiltà di quanta ne abbiano dimostrato coloro che si indignano per lui la mattina e il pomeriggio tifano per politiche che replicano esattamente la stessa logica su un altro bersaglio. La domanda non è chi erano quei tre ragazzi. La domanda è dove tracciamo il confine della nostra indignazione e perché proprio lì, e se quel confine non segue la ragione ma la somiglianza, allora non abbiamo imparato niente, abbiamo solo trovato qualcun altro a cui dare del terrone.
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