IUS SANGUINIS DI 2ª GENERAZIONE


Certa politica sta cercando di far passare l'idea di poter revocare la cittadinanza ai figli di cittadini naturalizzati come se si trattasse di una sorta di favore concesso in prestito e sempre recuperabile dallo Stato. Questa impostazione nasce da un equivoco fondamentale, e cioè confondere la cittadinanza del genitore con quella del figlio, come se entrambe derivassero dalla stessa fonte giuridica. Non è così.

Quando uno Stato naturalizza uno straniero, compie una scelta precisa. Esamina una persona determinata, ne valuta la condotta, il radicamento sociale, la conoscenza della lingua, il rispetto delle leggi e, alla fine, decide di accoglierla nella comunità nazionale. È un atto individuale, discrezionale e relazionale. Riguarda quel soggetto e nessun altro. Se si vuole discutere della revocabilità di quella decisione, il dibattito può avere un senso, perché esiste un provvedimento amministrativo originario che può essere oggetto di contestazione.

Ma il figlio nato da quel cittadino naturalizzato non è il destinatario di alcuna concessione. Lo Stato non lo ha mai esaminato, non gli ha mai chiesto documenti, non ha mai deliberato sul suo conto. Semplicemente, egli nasce cittadino perché la legge stabilisce che i figli di cittadini siano cittadini. La sua cittadinanza non deriva da un atto amministrativo, ma direttamente dalla nascita e dal rapporto di filiazione.

E qui emerge l'assurdità di certe proposte. Revocare la cittadinanza a questi figli significherebbe pretendere di annullare un atto che nei loro confronti non è mai esistito. Sarebbe come voler ritirare una patente a chi non l'ha mai ottenuta attraverso un esame, o revocare una laurea a chi non si è mai laureato. Manca proprio l'oggetto della revoca.

In realtà, dietro queste teorie si nasconde spesso una concezione della cittadinanza a due velocità, una cittadinanza piena per alcuni e una cittadinanza condizionata per altri. Da una parte i cittadini "veri", quelli il cui legame con la nazione sarebbe incontestabile, dall'altra i cittadini che, pur essendo nati cittadini, dovrebbero continuare a portare addosso una sorta di marchio genealogico, una cittadinanza sotto osservazione, trasmessa da genitori considerati eternamente naturalizzati e mai completamente italiani. È una logica che finisce per trasformare l'origine familiare in una categoria giuridica permanente.

Ma uno Stato di diritto non dovrebbe ragionare in termini di sangue puro e sangue impuro, né distinguere tra cittadini di prima e di seconda categoria. Se un individuo nasce cittadino, è cittadino. Punto. La sua posizione giuridica non può dipendere da un controllo retroattivo sulla storia amministrativa dei genitori, perché il suo status non nasce da quella storia amministrativa, ma dalla legge stessa.

Per questo motivo, l'idea di revocare la cittadinanza ai figli di cittadini naturalizzati non appare soltanto problematica sul piano costituzionale, appare, prima ancora, concettualmente confusa. Cerca di revocare ciò che non è stato concesso, di annullare ciò che non è stato deciso, di trasformare una cittadinanza originaria in una cittadinanza derivata per il solo fatto che qualcuno non riesce ad accettare che, una volta acquisita e trasmessa secondo le regole dell'ordinamento, la cittadinanza diventi semplicemente cittadinanza, senza aggettivi e senza asterischi.

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