PEDAGOGIA DIFFERENZIATA


Una delle cose più strane nel dibattito sull'inclusione scolastica è che tutti sembrano avere una risposta semplicissima a una domanda che semplice non è affatto. Da una parte ci sono quelli che sostengono che mettere un ragazzo con disabilità in una classe ordinaria sia sempre la scelta migliore. Dall'altra ci sono quelli convinti che le classi speciali siano inevitabilmente più efficaci. Entrambi parlano come se la scienza avesse già emesso il suo verdetto. Il problema è che, quando si vanno a leggere davvero gli studi, il verdetto non arriva.

Per anni ricercatori di tutto il mondo hanno confrontato studenti inseriti in classi ordinarie e studenti inseriti in classi speciali. Se ci si limita ai risultati scolastici [voti, apprendimenti e competenze] il risultato è sorprendentemente poco spettacolare. Non emerge una differenza enorme e costante a favore di uno dei due modelli. In altre parole, non sembra che basti spostare un ragazzo da un'aula all'altra per cambiargli la vita.

E in fondo non dovrebbe stupire. Pensiamoci un attimo. Se una scuola non ha insegnanti preparati, se mancano le risorse, se il supporto è insufficiente e se gli studenti vengono lasciati a se stessi, perché dovrebbe funzionare meglio solo perché si chiama "inclusiva"? Sarebbe come credere che una squadra di calcio possa vincere il campionato semplicemente cambiando il nome dello stadio.

C'è però un altro errore ricorrente nel parlare di disabilità...dare per scontato che esista un unico profilo di "disabile", una categoria omogenea che possa essere trattata con le stesse risposte. Questa illusione di normalità porta a due conseguenze pericolose. La prima è sottovalutare la varietà delle esigenze [cognitive, sensoriali, relazionali, emotive] che richiedono interventi diversi. La seconda è organizzare l'inclusione in modo burocratico, come se bastasse inserire fisicamente tutti nella stessa classe e lasciare che la convivenza faccia il resto.

Il risultato pratico, spesso, è paradossale. Si creano classi "inclusive" che al loro interno presentano differenze di apprendimento tali e quali a quelle che si troverebbero metodi separati a gestire. Invece di offrire supporti differenziati e risorse adeguate, si producono micro-classi informali [gruppetti con bisogni molto diversi, insegnanti che faticano a rispondere a tutto, e interventi frammentati]. Non è vera inclusione, è una simulazione dell'inclusione che mantiene, sotto un altro nome, la distanza tra studenti.

Questa è probabilmente la parte più noiosa della questione, ma anche la più vera. A fare la differenza non è tanto il luogo dove uno studente si trova, ma quello che succede dentro quel luogo. La qualità dell'insegnamento, la formazione del personale, la disponibilità di risorse e la progettazione di percorsi individualizzati contano più dell'etichetta appiccicata al modello educativo. Solo che parlare di formazione, investimenti e organizzazione è molto meno emozionante che combattere guerre ideologiche sui social.

Quando però si guarda oltre i voti, la storia diventa più interessante. Molti studi mostrano che gli studenti cresciuti in contesti più inclusivi tendono ad avere risultati sociali migliori da adulti, più relazioni, maggiore partecipazione alla vita comune, e maggiori possibilità di entrare nel mondo del lavoro ordinario. Non perché l'inclusione sia una specie di magia, ma per una ragione molto semplice...le persone imparano a vivere insieme vivendo insieme.

Sembra quasi banale dirlo, ma spesso ce ne dimentichiamo. Se durante tutta l'infanzia e l'adolescenza separiamo gruppi di persone, non dovremmo poi sorprenderci se da adulti fanno più fatica a costruire relazioni e a sentirsi parte della stessa comunità. La convivenza non si impara leggendo un manuale. Si impara praticandola.

La realtà però complica sempre le cose. Alcune ricerche hanno trovato casi in cui studenti provenienti da percorsi speciali ottenevano risultati lavorativi migliori. Per qualcuno questa sarebbe la prova definitiva che la separazione funziona. Ma, guardando meglio, emerge un dettaglio importante...spesso quelle scuole offrivano tirocini, formazione professionale e percorsi concreti verso il lavoro, mentre molte scuole ordinarie non offrivano nulla di simile. Il vantaggio non nasceva dalla separazione, ma nasceva dal fatto che qualcuno aveva pensato seriamente a come accompagnare quei ragazzi verso la vita adulta.

Forse il punto più importante, però, è un altro. Ci sono cose che i numeri fanno fatica a misurare. Una di queste è ciò che una persona pensa di poter diventare. Se cresci in un ambiente dove tutti si aspettano poco da te, è molto facile finire per aspettarti poco da te stesso. E questa è una delle trappole più pericolose di qualsiasi sistema educativo, inclusivo o segregato che sia.

Alla fine, i dati non danno ragione né agli uni né agli altri. Non dimostrano che l'inclusione sia sempre la soluzione migliore. Non dimostrano nemmeno che la separazione sia sostenuta da prove schiaccianti. Dicono qualcosa di molto meno comodo e cioè che non esistono scorciatoie. Che i risultati dipendono dalle persone, dalle risorse, dalle aspettative e dalla serietà con cui una società decide di educare i propri cittadini.

È una conclusione meno entusiasmante degli slogan. Ma è anche molto più vicina alla realtà.

Commenti

Post popolari in questo blog

IL SONDAGGIONE: IO VOTO VANNACCI PERCHÈ...

È TUTTO FRUTTO DELLA FANTASIA?

DIALOGO VS MONOLOGO