UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI
Se si dovesse raccontare l'ascesa politica di Roberto Vannacci, forse il titolo più appropriato non sarebbe quello di una biografia politica, ma quello di un film "Una serie di sfortunati eventi". Spiacevoli soprattutto per coloro che, nel tentativo di ridimensionarlo, combatterlo, utilizzarlo o semplicemente ignorarlo, hanno finito per costruirne il successo mattone dopo mattone. Come quegli apprendisti stregoni che passano il tempo a evocare mostri e poi si stupiscono quando il mostro esce dal laboratorio, si aggira per le strade e comincia a stringere mani.
Il primo atto è quasi comico. Un libro sconosciuto, scritto da un generale sconosciuto, viene scoperto da alcuni giornalisti che decidono di trasformarlo in un caso nazionale. È il classico riflesso condizionato di una certa élite culturale. Scovare il presunto pericolo e denunciarlo con tale fervore da trasformarlo immediatamente in un bestseller. Nessuno aveva sentito parlare di quel libro. Dopo settimane di articoli indignati, interviste scandalizzate e commenti allarmati, lo conoscevano tutti. Un capolavoro di marketing involontario. Se l'autore avesse potuto permettersi una campagna pubblicitaria del genere, avrebbe probabilmente dovuto vendere la casa. Fortunatamente per lui, ci hanno pensato i suoi avversari.
Il secondo atto vede l'ingresso di Matteo Salvini, che nella politica italiana svolge spesso il ruolo del cercatore di occasioni immediate. Vede un personaggio che fa discutere, che attira attenzione, che genera reazioni viscerali, e decide di arruolarlo. Dal suo punto di vista la scelta è comprensibile, meglio cavalcare l'onda che subirla. Il problema è che chi porta un ospite molto rumoroso dentro casa scopre spesso che, dopo qualche tempo, è l'ospite a dettare i ritmi. Così Vannacci diventa candidato, raccoglie preferenze, conquista visibilità e ottiene una posizione di rilievo nella Lega. Salvini voleva probabilmente utilizzare Vannacci. È lecito chiedersi se non sia stato, almeno in parte, il contrario.
Il terzo errore è forse il più diffuso e il più pericoloso...la sottovalutazione sistematica. Ogni fenomeno sgradito viene dichiarato effimero da chi non riesce a spiegarlo. È una sorta di rito apotropaico della politica contemporanea. Se un personaggio cresce nei sondaggi, è una moda passeggera. Se vende libri, è una provocazione momentanea. Se raccoglie voti, è un voto di protesta destinato a svanire. Se continua a raccogliere voti, è colpa dell'algoritmo. Se continua ancora, evidentemente è colpa degli elettori. Qualunque spiegazione va bene, purché eviti quella più semplice, forse esiste una parte del paese che ascolta quel messaggio e lo considera rappresentativo e lo fa per scelta non per protesta.
Così, mentre analisti, editorialisti e professionisti dell'indignazione spiegavano che il fenomeno sarebbe evaporato nel giro di pochi mesi, il fenomeno si consolidava. E come spesso accade, la profezia del declino imminente veniva rinviata di stagione in stagione, come certi saldi eterni che stanno sempre per finire ma non finiscono mai.
Naturalmente questo non significa che Vannacci sia destinato a dominare la politica italiana per i prossimi vent'anni. La storia della Repubblica è disseminata di stelle cadenti che per un periodo hanno illuminato il cielo mediatico prima di precipitare nell'oblio. Ma la domanda che nessuno sembra volersi fare è un'altra...se anche Vannacci dovesse un giorno svanire, cosa rimarrebbe? Rimarrebbe il vuoto che lo ha generato. Rimarrebbero gli elettori che lo hanno scelto. Rimarrebbe la domanda senza risposta su perché, in quel preciso momento storico, una parte del paese abbia trovato in un generale in congedo la propria voce politica. Liquidare il messaggero senza ascoltare il messaggio è il modo più efficiente per garantirsi che il prossimo messaggero arrivi con argomenti ancora più rumorosi.
Il tratto più ironico di questa storia, in fondo, è che Vannacci non è nato nonostante i suoi avversari, ma in larga misura grazie a loro. È il prodotto di una catena di errori, di una collezione di calcoli sbagliati, di una straordinaria convergenza di miopie politiche. Una serie di sfortunati eventi, appunto. Sfortunati per chi li ha innescati. Straordinariamente fortunati per lui.
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