GIORGIA & DONALD
C'era una volta la politica. Quella noiosa faccenda fatta di programmi, idee, visioni, statistiche e perfino qualche competenza. Oggi, invece, siamo passati alla politica-spettacolo, una disciplina olimpica in cui vince chi riesce a trasformare il dibattito pubblico in una rissa da social network.
L'ultima puntata vede protagonisti Donald Trump e Giorgia Meloni, due leader che, per ragioni diverse, hanno capito perfettamente lo spirito del tempo...non importa risolvere i problemi, basta dominare la scena. È il trionfo della comunicazione sulla sostanza, dell'immagine sul contenuto, della battuta sul ragionamento.
Da una parte c'è Trump, l'uomo che riesce a trasformare qualsiasi questione geopolitica in un episodio del proprio reality personale. Guerre, dazi, alleanze internazionali, tutto diventa un accessorio della sua narrazione. Non un presidente, ma un influencer.
Dall'altra c'è Meloni, che spesso sembra costretta a muoversi tra la necessità di apparire leader globale e quella di non perdere il contatto con una base politica nutrita per anni a slogan semplici e nemici immaginari. Un esercizio di equilibrismo che farebbe impallidire un funambolo del circo.
La disputa tra i due, vera o presunta che sia, finisce così per assumere i contorni di una rappresentazione teatrale. Non si discute di salari stagnanti, di produttività, di debito pubblico, di crisi demografica o di competitività industriale. No. Si discute di dichiarazioni, retroscena, sorrisi mancati, strette di mano più o meno calorose. Come se il futuro di milioni di persone dipendesse dalla temperatura emotiva di una foto ufficiale.
Il problema, però, non sono Trump o Meloni. Sarebbe troppo facile. Il problema è che questa è diventata la normalità della politica contemporanea. Una gigantesca macchina narrativa che produce emozioni istantanee e consuma argomenti complessi alla velocità di uno scorrimento sul telefono.
La classe dirigente del Novecento aveva molti difetti, alcuni enormi. Ma almeno cercava di fingere di avere una cultura politica. Oggi spesso non serve nemmeno quella finzione. Conta il video virale, la frase a effetto, il nemico del giorno. L'orizzonte temporale non è la prossima generazione, ma il prossimo ciclo di notizie.
Così il cittadino assiste allo spettacolo come uno spettatore stanco davanti a una serie televisiva che continua da troppe stagioni. I protagonisti cambiano, le scenografie si aggiornano, gli slogan si riciclano, ma la trama resta identica: molta rappresentazione, poca amministrazione.
Nel frattempo, i problemi veri aspettano dietro le quinte. E aspettano da talmente tanto tempo che ormai sembrano comparse dimenticate dal regista.
Forse la vera disputa non è tra Trump e Meloni. È tra la realtà e la sua caricatura. E, osservando il livello del dibattito pubblico, viene il sospetto che la caricatura stia vincendo ai punti.
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